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Lo studio, realizzato sulla base di elaborazioni dei dati Istat e pubblicato oggi, prevede che “nel prossimo decennio l’evoluzione demografica porterà a una significativa contrazione della popolazione studentesca – 3/18 anni – in tutte le circoscrizioni e regioni del Paese (da 9 a 8 milioni), che comporterà a regole vigenti la scomparsa di decine di migliaia di classi e di circa 55mila cattedre. Con significative implicazioni per le politiche dell’istruzione dei prossimi governi”. Per il sindacato Anief, non si comprende quale sia il nesso tra la riduzione delle iscrizioni, dovuta anche al calo dei flussi migratori, e quella delle cattedre. Il decremento del tasso demografico, anche tra la popolazione straniera, non può innescare la scontata logica del risparmio pubblico, già quantificato in quasi 2 miliardi di euro annui. La riduzione di alunni, piuttosto, potrebbe essere l’occasione buona per eliminare migliaia di classi pollaio, di tornare alla didattica per moduli alla primaria, di reintrodurre le copresenze e di mutare i cicli scolastici a partire dall’anticipo dell’obbligo formativo.

 

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Il calo demografico è la giusta opportunità per realizzare una serie di operazioni a portata di mano. Come l’anticipo a 5 anni dell'obbligo scolastico alla materna, come previsto in Francia, visto che nel nostro Paese la scuola statale copre solo una porzione di questa offerta formativa. In contemporanea, si dovrebbe finalmente avallare l’obbligo scolastico sino ai 18 anni, come già era stato previsto nel nostro Paese due decenni fa. Ma bisognerebbe anche programmare una flessibilità degli organici sul territorio, assegnando più risorse umane e finanziarie alle scuole posizionate nelle aree con maggiore difficoltà. In Italia, solo un bambino su quattro frequenta il percorso 0-6 anni e 4 cittadini su 10 sono in possesso soltanto della licenza media. Con la soglia degli abbandoni ancora ben oltre quel 10% indicato da tempo da Bruxellex e con un giovane su tre che abbandona gli studi prima di avere conseguito la maturità. Per non parlare dei 15enni che, nell’ultimo periodo, hanno ammesso in gran numero, il 40%, di non volere proseguire all'Università. E anche tra i diplomati c’è disaffezione verso gli studi superiori. Servirebbe introdurre una politica di tutela dei giovani, della famiglia e d'incentivazione delle nascite. Con maggiori sussidi che garantiscano un vero diritto all'istruzione e una seria alternanza scuola-lavoro.

 

 

ROMA, 12 APR - Ancora una brutta notizia per 1 milione e 200 mila lavoratori della scuola: gli incrementi non arriveranno in busta paga nemmeno a fine mese ma se va bene nel prossimo mese di maggio. A renderlo noto è il sindacato Anief, secondo il quale i motivi sono dovuti ai ritardi negli adempimenti di rito, sull'accordo raggiunto all'Aran ad inizio febbraio, complicati dalla situazione d'impasse che sta vivendo la politica italiana. Ciò vuol dire - secondo i calcoli del sindacato - che se la situazione non dovesse sbloccarsi, gli incrementi medi di 85 euro lordi promossi a marzo, di fatto tra i 37 e i 52 euro netti, potrebbero essere corrisposti in estate. Gli arretrati, del biennio 2016-2017, sono per Anief 13 volte sotto il tasso IPCA, l'Indice dei prezzi al consumo, aggiornato per il 2016/17 e 3 volte inferiore per il 2018: verranno quindi corrisposti circa 435 euro in media, a fronte di oltre 6mila spettanti. "È per questo motivo - dice Marcello Pacifico di Anief-Cisal - che come Anief abbiamo definito l'intesa del 9 febbraio l'accordo della vergogna. Perché il tasso IPCA dal 2008 al 2016 è aumentato del 8,52%, poi del 9,32 per il 2017 e dell'11,22 per quanto riguarda quest'anno, a fronte degli aumenti pattuiti rispettivamente dello 0,36%, 1.09% e del 3,48%. Come ricordato la settimana scorsa dalla Corte dei Conti, non senza osservazioni. Del resto, gli economisti sanno bene che l'inflazione rimane l'unico strumento per valutare nel rinnovo della forma contrattuale se gli aumenti sono giusti o esigui". (ANSA).

 

Dopo il piano straordinario imposto dalla riforma Renzi, la Legge 107/2015, che due anni fa ha condotto in ruolo circa 86mila docenti precari, costringendo molti di essi però a spostarsi di centinaia di chilometri pur avendo i posti liberi vicino casa, con l’ultima Legge di Stabilità sono state finanziate delle assunzioni a tempo indeterminato che però si fermano ad una quota ridicola: oltre al mero turn over, quest’anno si provvederà alla stabilizzazione di una quota di precari che va dalle 3mila alle 4mila unità. È l’ennesima operazione vetrina, senza effetti positivi per la cancellazione della piaga del precariato scolastico.

Secondo la stampa specializzata, “a pesare, nel passaggio dal precariato all’assunzione a tempo indeterminato, sono innanzitutto le ricostruzioni di carriera, ossia l’inquadramento nel gradone stipendiale spettante in base agli anni di servizio già svolti. E seppure il Miur non conteggi per intero il servizio preruolo, si tratta comunque di somme ingenti”. Somme, osserva l’Anief, anche sottodimensionate, visto che ai docenti con oltre quattro anni di precariato vengono assegnate delle ricostruzioni di carriera senza il conteggio integrale del servizio svolto, con danni diretti nello stipendio e sulle progressioni periodiche. Una circostanza che ha costretto il sindacato a rivolgersi al giudice, il quale continua a dare ragione al lavoratore leso nei suoi diritti. Il sindacato, dunque, torna a chiedere di stabilizzare i 140 mila posti, tra docenti e personale Ata (assistenti amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici), che ogni anno sono chiamati a fare i supplenti pur con i requisiti per essere assunti a tempo indeterminato. Lo Stato si ostina a non farlo, ma non si è capito che questo comportamento alla lunga gli costerà molto caro.

Marcello Pacifico (presidente Anief): È scandaloso come, dopo le sentenze delle Sezioni unite della Corte di Cassazione, a partire dalla n. 22552/16, che hanno disapplicato le norme legislative contrattuali vigenti laddove confermano la disparità di trattamento tra personale di ruolo e precario prima e dopo la ricostruzione di carriera, ancora il Miur non si adegui. L’organico di fatto deve immediatamente scomparire, per fare spazio a quello di diritto: è inaccettabile che per questioni finanziarie tutto questo non avvenga e anche i giudici la pensano così. Anief si è rivolta alla Commissione europea che a breve potrebbe far partire le richieste di vitare risarcimenti milionari, tra l’altro da estendere anche al personale di ruolo, perché prima di lasciare lo status da supplente è stato a sua volta danneggiato rimandando per anni e anni l’immissione in ruolo. E siccome sull’abuso subìto dei contratti a termine durante il precariato esiste una precisa direttiva Ue, presto ne vedremo delle belle. Allo stesso modo, abbiamo condotto in tribunale il CCNL per 2016/18 firmato dai sindacati confederali che, confermando tali discriminazioni, appare a sua volta illegittimo.

Il giovane sindacato prosegue i ricorsi gratuiti per attribuire il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale nel periodo 2008-2018. Si ricorda che la violazione della normativa comunitaria riguarda anche la mancata stabilizzazione: si può quindi decidere diricorrere in tribunale per ottenere scatti di anzianità, il pagamento dei mesi estivi e adeguati risarcimenti. Ai ricorsi sono interessati, come già detto, pure i lavoratori già assunti a tempo indeterminato.

 

 

Gli incrementi miseria non arriveranno in busta paga nemmeno a fine mese, tramite un’emissione speciale, ma se va bene nel prossimo mese di maggio. I motivi sono dovuti ai ritardi negli adempimenti di rito, sull’accordo raggiunto all’Aran ad inizio febbraio, complicati dalla situazione d’impasse che sta vivendo la politica italiana ancora molto lontana dalla formazione del governo della nuova legislatura. Ciò vuol dire che, se l’attuale ingarbugliata situazione non dovesse sbloccarsi, gli incrementi medi di 85 euro lordi promossi a marzo, di fatto tra i 37 e i 52 euro netti, potrebbero essere corrisposti addirittura in estate.

Gli arretrati, del biennio 2016-2017, sono tra l’altro rispettivamente 13 volte sotto il tasso IPCA aggiornato per il 2016/17 e 3 volte inferiore per il 2018: in termini pratici, verranno corrisposti tra le 435 euro, in media, a fronte di oltre 6mila spettanti. Un discorso non molto diverso, sempre ad ampio danno dei docenti e Ata, riguarda gli aumenti mensili che in base agli accordi dovevano scattare dal 1° marzo 2018: anziché la micragna di 85 euro di incremento, un aumento equo non avrebbe dovuto essere sotto i 300 euro.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): È per questo motivo che come Anief abbiamo definito l’intesa del 9 febbraio l’accordo della vergogna. Perché il tasso IPCA dal 2008 al 2016 è aumentato del 8,52%, poi del 9,32 per il 2017 e dell’11,22 per quanto riguarda quest’anno, a fronte degli aumenti pattuiti rispettivamente dello 0,36%, 1.09% e del 3,48%. Come ricordato la settimana scorsa dalla Corte dei Conti, non senza osservazioni. Del resto, gli economisti sanno bene che l’inflazione rimane l’unico strumento per valutare nel rinnovo della forma contrattuale se gli aumenti sono giusti o esigui”. Non è un caso che dal settembre 2015 si sarebbe dovuta sbloccare l’indennità di vacanza contrattuale, per legge e non per concessione, mentre oggi è ancora al 50% del tasso IPCA, salvo il recupero di almeno il 50% al rinnovo contrattuale. Resta il mistero sulle quattro mensilità non riconosciute dal settembre 2015, come aveva detto la Corte Costituzionale, quasi come se per quell’anno si fosse adottato un calendario lunare e non solare. Per non parlare delle prime mensilità del 2018.

Anief, pertanto, prosegue i ricorsi gratuiti per far attribuire ai lavoratori il conferimento dell’indennità di vacanza contrattuale nel periodo 2008-2018 e recuperare cifre molto più cospicue di quelle ridicole in arrivo.

 

 

Il calcolo è stato realizzato dal sindacato Udir, a seguito del perdurante malcontento della categoria dei dirigenti scolastici, sempre più trattati come terminale di scarico di infinite responsabilità. Eppure, osserva Udir, le “leve” in mano al dirigente scolastico sono veramente poche: scarsa capacità economica della scuola, impossibilità di una corretta gestione del personale, limitante possibilità di muoversi in autonomia nella realizzazione di innovazione, eccesso di oneri amministrativi ma non dipendenti direttamente dal capo d’istituto (basti pensare alle responsabilità sulla sicurezza degli edifici, sempre di proprietà di provincie e comuni, che in caso di crolli mandano in carcere il preside). A corollario di tutto questo va messa la beffa dei pagamenti a fine mese, quando i dirigenti scolastici si ritrovano in busta paga almeno 30mila euro in meno rispetto agli altri colleghi della PA. Per questi motivi, Udir ha intrapreso una vera e propria crociata in loro difesa e per la tutela della loro dignità professionale, che è composta da strumenti, tutele legali e retribuzione.

Proprio per offrire un percorso continuo di formazione e di crescita professionale, ma anche di consapevolezza come categoria, giorno 19 maggio 2018 Udir ha organizzato un convegno nazionale, nel corso del quale i dirigenti scolastici potranno trovare risposte concrete alle mille e una necessità che ogni giorno li attendono sulla porta della loro scuola: i partecipanti dovranno consegnare al più presto la scheda di adesione.

Marcello Pacifico (presidente Udir): La giornata del dirigente scolastico è fatta di gestione dei rapporti con una serie di stakeholder che farebbero tremare le gambe al più allenato amministratore di impresa. Tra questi, ci sono le famiglie, gli alunni, i rapporti parentali delle famiglie, ma anche gli enti locali, le altre istituzioni scolastiche, tutti gli enti statali che vanno ad incidere sulle scuole, dai comuni alle provincie, passando dalle ragionerie territoriali nonché gli uffici periferici del Miur. Gestire tutta questa serie di rapporti in un mondo sempre più schizofrenico, basti vedere le aggressioni dei genitori ai docenti di questi ultimi tempi, e con un impianto normativo che si arricchisce ogni giorno di normative complesse e sempre più cariche di responsabilità è diventa un’impresa ardua. Nel conto vanno messe poi le difficoltà derivanti dalla inesistente formazione di qualità che i dirigenti scolatici dovrebbero poter trovare a loro disposizione ogni volta che un cambio normativo li interessa direttamente, come nel caso della recente norma sulla privacy.

 

 

 

Roma, 11 apr. (Adnkronos/Labitalia) - L'Anief aderisce allo sciopero della scuola del 2 e 3 maggio. "Non possiamo tollerare –spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief- quest'impasse della politica che deve per forza di cose dare delle prime importanti risposte al mondo della scuola, dopo avere assunto recisi impegni nel corso della campagna elettorale".

"Persino negli Stati Uniti -fa notare- dopo dieci anni gli insegnanti sono tornati a scioperare: 20 mila professori si sono astenuti dal fare lezione nel West Virginia, Oklahoma e Kentucky, per chiedere un aumento dei salari di 10.000 dollari, a fronte dei 6.100 dollari che gli sono stati comunque concessi".

 Invece, avverte, "in Italia, dopo dieci anni di blocco, si è arrivati a un aumento mensile medio di 85 euro". "Tra l'altro, nemmeno garantito a tutti. In ogni caso, annualmente il rinnovo porterà in media meno di mille euro lordi. Ne consegue che mentre un insegnante italiano non arriva a percepire 30 mila euro l'anno, un collega statunitense ne prende più del doppio, 60 mila dollari, e scende in piazza per rivendicare incrementi dieci volte superiori a quelli sottoscritti e accolti con tanto di brindisi dai nostri sindacati confederali", conclude.

 

La presenza sempre più consistente sul territorio nazionale di flussi migratori provenienti dai paesi di lingua araba ha portato un aumento della richiesta di specifiche competenze linguistiche. La scuola, in primis, è chiamata a favorire la comunicazione ed integrazione tra alunni autoctoni e stranieri. Scopri il corso di Alfabetizzazione della lingua araba realizzato grazie a una convenzione con Anief.

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Peccato che si tratti di una pratica che spetta, da prassi e per legge, agli enti previdenziali. Tra l’altro, anche in questa occasione, al lavoro aggiuntivo non corrisponde un adeguamento dell’organico che invece nell’ultimo decennio ha visto perdere diverse decine di migliaia di unità a livello nazionale, a seguito del dimensionamento scolastico e alle cicliche operazioni di spending review a cui non si è sottratto nemmeno l’ultimo Governo. In questi giorni l’Ambito territoriale di Pescara ha convocato il Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi ed alcune unità di personale amministrativo ad una serie di incontri formativi, per la gestione telematica delle pratiche pre-pensionistiche, presso l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. Anief ha verificato che l’adempimento – con sistema cosiddetto “passweb ed utile per la gestione delle cessazioni del personale scolastico - deriva da un accordo sottoscritto lo scorso anno dall’Usr Abruzzo e l’Inps.

L’adempimento per le segreterie abruzzesi consiste nel verificare la posizione assicurativa e previdenziale dei dipendenti interessati, la verifica, l’integrazione e correzione di eventuali mancanze o errori relativamente a servizi, retribuzioni (a partire dal 1993 e fino al 31.08.2018), pratiche di riscatto, ricongiunzione, ecc. È anche richiesta la certificazione dei dati in modo irreversibile. Inoltre, il personale Ata della scuola è chiamato a verificare anche alcuni decreti di riscatto o ricongiunzioni relativi a periodi assicurativi già riconosciuti che potrebbero non essere presenti tra gli atti della scuola, perché depositati presso altri enti.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Chiediamo l’immediato annullamento dell’accordo Inps-Usr Abruzzo e che anche per le scuole pescaresi ed abruzzesi sia sufficiente il solo uso delle funzioni Sidi (attualmente non attive per l’Abruzzo) come per il resto delle scuole italiane. Viene poi da chiedersi come mai l’Ufficio Scolastico Regionale dell’Abruzzo è stato così solerte a stipulare tale accordo, dal momento che in passato altre indicazioni dell’amministrazione centrale hanno ricevuto un trattamento meno solerte”. Il dubbio è che non vi sia adeguata connessione, ovvero eccessiva discrezionalità, tra le indicazioni del Miur e le attuazioni condotte dai vari Usr. È giunto il momento di cambiare rotta. Come Anief chiediamo formalmente all’Usr di ritirare la Nota 323 del 23 gennaio scorso e un adeguamento alla Nota Miur 171 del 24 gennaio che disciplina la materia a livello nazionale precisando che le attività di accertamento del diritto a pensione, per i pensionamenti del 2018, sono di competenza dell’ente previdenziale.

 

Dopo le limitazioni inaccettabili per le presidenze delle commissioni di Esami di maturità affidate ai dirigenti scolastici del primo ciclo, il giovane sindacato mette a disposizione dei dirigenti scolastici ​degli Istituti Comprensivi l'allegato 1, dandogli così la possibilità di presentare domanda e presiedere le commissioni. Tale operazione è resa possibile, tuttavia, solo attraverso il ricorso gratuito attivato presso il Tar Lazio, a seguito dell'illegittimità della Nota 6078 del 6 aprile e della Circolare Miur 4537 del 16 marzo scorso che li esclude. L’allegato dovrà essere inviato via Pec all’USR competente o in modalità cartacea dal 9 al 20 aprile prossimi, poiché la precedente domanda cartacea prodotta entro il 4 aprile, inspiegabilmente, non è stata ritenuta valida.  Scarica l’Allegato 1 per far domanda e presiedere le Commissioni.

Marcello Pacifico (presidente Udir): Abbiamo richiesto misure cautelari d’urgenza al Tar Lazio per l’ammissione delle domande prive dei requisiti contestati nonché per la sospensione dei provvedimenti impugnati. Ci siamo opposti formalmente contro le discriminazioni evidenti nel trattamento delle domande per presidente di esami di maturità presentate dai dirigenti del primo ciclo di istruzione: possono aderire al ricorso tutti i Dirigenti Scolastici regolarmente iscritti a Udir che non possono soddisfare le condizioni per la presentazione della domanda come presidenti di commissione di maturità.

Si può aderire al ricorso fino al 20 aprile al seguente link. Udir inoltre vi invita a partecipare al convegno nazionale a Palermo il 19 maggio; bisogna inviare la scheda di adesione.

 

Il 18 aprile si svolgerà una riunione che può essere reputata fondamentale per quanto concerne la batteria di quiz della prova selettiva. Il 24 aprile si saprà se le date annunciate precedentemente saranno confermate o meno. Ieri si è riunito il Comitato tecnico-scientifico che ha il compito di formulare i 4mila quesiti per la prova preselettiva del concorso per il reclutamento dei nuovi Dirigenti Scolastici.

 

 

Rimane alta la tensione tra il personale docente precario escluso dalle GaE, per via di una discutibilissima sentenza in Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, come tra il personale ATA ancora non stabilizzato e tra tutti quei lavoratori della scuola che, a dieci anni dal blocco dei salari, con il nuovo contratto si sono visti riconosciti degli aumenti risibili, pari ad un terzo dell’indice Ipca ovvero del tasso di inflazione programmata registrata nello stesso periodo. Sostenuti dal giovane sindacato Anief, docenti e Ata continuano il loro percorso di mobilitazione. Pertanto, alla luce della grave situazione in cui versa il comparto, Anief aderisce alla proclamazione dello sciopero generale nel Comparto Scuola di tutto il personale docente e ATA a tempo indeterminato e determinato, atipico e precario, proclamata per il 2 e 3 maggio prossimi e già ratificata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Funzione Pubblica.

Marcello Pacifico (presidente nazionale Anief): Non possiamo tollerare quest’impasse della politica che deve per forza di cose dare delle prime importanti risposte al mondo della scuola, dopo avere assunto precisi impegni nel corso della campagna elettorale. Persino negli Stati Uniti dopo dieci anni gli insegnanti sono tornati a scioperare: 20 mila professori si sono astenuti dal fare lezione nel West Virginia, Oklahoma e Kentucky, per chiedere un aumento dei salari di 10.000 dollari, a fronte dei 6.100 dollari che gli sono stati comunque concessi. Invece, in Italia dopo dieci anni di blocco si è arrivati a un aumento mensile medio di 85 euro. Tra l’altro, nemmeno garantito a tutti. In ogni caso, annualmente il rinnovo porterà in media meno di mille euro lordi. Ne consegue che mentre un insegnante italiano non arriva a percepire 30 mila euro l’anno, un collega statunitense ne prende più del doppio, 60 mila dollari, e scende in piazza per rivendicare incrementi dieci volte superiori a quelli sottoscritti e accolti con tanto di brindisi dai nostri sindacati confederali.

 

I problemi per i licei Musicali e Coreutici sembrano non finire mai. Con la proroga del CCNI per la mobilità professionale sono state riproposte le stesse regole per l’anno 2017/18 che prevedevano una fase transitoria per le nuove classi di concorso del liceo Musicale e Coreutico.

Il ricorso, patrocinato dagli avvocati De Michele e Galleano, per conto del presidente nazionale e di una maestra entrata di ruolo con riserva, dopo avere regolarmente superato l'anno di prova, intende denunciare la violazione della Carta europea dei diritti dell'uomo, dei diritti fondamentali UE, del trattato dell'Unione europea e della direttiva UE sul precariato. L'iniziativa segue la denuncia Anief alla Commissione di petizione del parlamento UE e al Consiglio d'Europa e precede il prossimo deposito in Cassazione del ricorso per l'annullamento della suddetta sentenza per eccesso di giurisdizione. Sono diversi i punti che i legali del giovane sindacato hanno messo in evidenza. Tra le righe del ricorso si cita anche la recente sentenza della Cedu sul ricorso Mazzeo che ha censurato proprio l'operato del Consiglio di Stato, che “ha stigmatizzato ai punti 35-39 proprio la prassi giudiziaria del Consiglio di Stato, per favorire ingiustificatamente le pubbliche amministrazioni, di modificare o ritardare l’applicazione delle decisioni precedentemente adottate in subiecta materia e la conseguente violazione degli artt.6 e 13 della Convenzione”.

Marcello Pacifico (presidente nazionale Anief): Ancora di più alla luce degli ultimi accadimenti, la soluzione rimane solo quella politica: dall’8 gennaio, Anief ha promosso due scioperi, l'ultimo nel giorno d’insediamento delle Camere dei deputati per chiedere a gran voce la riapertura straordinaria delle GaE dopo essere riuscita nella XVI legislatura a riaprirle due volte al personale docente abilitato. Ci sono quasi 50 mila maestre e maestri che aspettano di sapere se sono in possesso di un titolo - il diploma magistrale - che è ritenuto dai giudici valido per l’insegnamento ma non per l’immissione in ruolo. Mentre altri docenti con lo stesso titolo, grazie a sentenze passate in giudicato, sono confermati nei ruoli. È una situazione assurda e chi governa la scuola non può attuare la politica dello struzzo.

 

 

Tutto il periodo precedente all’immissione in ruolo va valutato per intero e non con il meccanismo della ricostruzione di carriera ovvero soltanto per i primi quattro anni e con la riduzione di un terzo degli anni successivi. Lo hanno chiarito tantissime sentenze del giudice del lavoro su ricorsi presentati da Anief, tanto più dopo la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione n. 22552/16. Pertanto, il contratto firmato è illegittimo. Per aderire al ricorso, vai al seguente link. La corretta valutazione è importante per non farsi dichiarare soprannumerario e rischiare di transitare in ambito territoriale.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): L’amministrazione, con la compiacenza dei sindacati firmatari delle regole vigenti sulla mobilità, ha creato un meccanismo che penalizza il docente che ha svolto un alto numero di anni di precariato, visto che gli viene considerato per intero solo il primo quadriennio. Il principio negato è lo stesso che riguarda i titoli conseguiti, anche questi non considerati alla stessa stregua. Il problema è che così facendo, l’Italia continua a violare una precisa direttiva UE, la n. 70/99, perpetrando le discriminazioni tra lavoratori che operano per la stessa amministrazione.

 

 

L’allungamento dei tempi della firma definitiva al rinnovo contrattuale è dovuto alla lentezza con cui gli organismi istituzionali stanno esprimendo i loro pareri: sempre più probabile l’emissione speciale, da attuare nell’ultima decade di aprile. C’è tuttavia un alto numero di docenti e Ata che dal sospirato rinnovo contrattuale, atteso da quasi dieci anni, non riceveranno quello che gli spetta: sono tutti coloro che hanno superato il 35esimo anno di anzianità e che si ritroveranno con lo stipendio praticamene fermo. A essere in questa situazione è un numero di lavoratori in sensibile crescita, visto che i nuovi parametri di pensionamento hanno fatto slittare di un decennio l’uscita dal lavoro. A fronte di questa novità importante, anche il contratto si sarebbe dovuto adeguare, introducendo un nuovo gradone stipendiale riguardante la fascia 36–43 anni. Invece, l’Aran, con il compiacente silenzio dei sindacati firmatari (Flc-Cgil, Cisl e Uil), ha pensato bene di lasciare immutati “gradoni” stipendiali, andando solo a ratificare l’annullamento della fascia 3-8 anni creando un bel danno economico ai neo-assunti e calpestando quindi in modo netto il principio della parità retributiva. Per il sindacato, inoltre, non si può ignorare l’alto tasso di burnout tra i dipendenti pubblici, ma che soprattutto subisce il personale della scuola. Di tutto ciò non c’è traccia nel nuovo contratto che si è rivelato l’ennesimo pacchetto risparmio, che penalizza sia i neo immessi in ruolo, sia chi è a fine carriera. Il tutto, in cambio di una manciatina di euro netti al mese.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Sono sei le fasce d’anzianità previste dal nuovo accordo siglato dai sindacati confederali e valido per il triennio 2016-2018, ma colpisce la mancata applicazione di una nuova finestra temporale, da 35 in poi di anzianità. Al tavolo di contrattazione, dove abbiamo fondate ambizioni di andarci a sedere dopo le elezioni Rsu della prossima settimana, non si sono posti nemmeno il problema. Che invece esiste. Poiché, sappiamo bene che non vi è più la certezza di poter andare in pensione entro una data stabilita perché, anche per accedere all’assegno con il canale dell’anzianità, comunque per il 2018 i contributi sfiorano i 43 anni. In tal modo, si condanna la stragrande maggioranza dei lavoratori ultra 60enni a percepire sempre lo stesso stipendio, fissato a quota 35, fino all'ultimo anno prima di andare in pensione. Tra l’altro, per vedersi assegnare un assegno di quiescenza destinato a diventare della metà di quanto percepito con l’ultimo stipendio. Mentre per Anief, bisogna assolutamente ritornare a 61 anni e 35 anni di contributi con l’80% dell’ultima retribuzione. Tutto questo, anche e soprattutto alla luce del fatto che quella educativa è una professione particolarmente esposta a condizioni ‘stressogene’, come hanno confermato gli autori di un’indagine su larga scala che ha indagato sugli ambiti problematici connessi con lo sviluppo del burnout.

 

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