Il Ministro dell’Istruzione ha dichiarato che “l’esito della valutazione sarà utilizzato per la retribuzione di risultato dei dirigenti”. Ma cosa si vuole “premiare” con 175 euro al mese lordi, pari al 3,86% della busta paga? E’ forte tra i sindacati la tentazione di lasciar perdere, di firmare pur di chiudere una vicenda che si trascina ormai da quattro anni consecutivi. Anief non ci sta: accettare supinamente questa proposta significherebbe avallare i comportamenti illegittimi e vessatori del Miur, con la “regia” del Mef, che vanno dai tagli del Fondo unico a livello nazionale fino alla pretesa di imporre le proprie pretese sui contratti regionali.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): “visto che bisognerà andare in giudizio dal giudice del lavoro per recuperare il maltolto, meglio sarebbe allora arrivarci da un punto di forza, perché evidentemente è più facile impugnare un atto unilaterale che un contratto”.

Il dibattito sul nuovo merito professionale non riguarda solo i docenti della scuola pubblica, ma anche la valutazione dei loro dirigenti scolastici ed in particolare la retribuzione di risultato. Entrambe le categorie sono unite, comunque, dallo stesso trattamento: quello dettato da un Governo abile a legiferare nuovi compiti, competenze e responsabilità, ma non altrettanto capace quando si tratta di assegnare adeguate risorse per assolvere alle richieste derivanti dai nuovi profili professionali.

Con il risultato che, se ai docenti proprio oggi il Ministro Giannini ha auspicato il rinnovo contrattuale e l’adeguamento degli stipendi-base, confondendoli per il merito professionale, ai dirigenti scolastici va forse ancora peggio: sempre il Ministro dell’Istruzione ha infatti dichiarato che “l’esito della valutazione sarà utilizzato per la retribuzione di risultato dei dirigenti”. Peccato che abbia dimenticato di dire che la retribuzione di risultato è oggi pari al 3,86% dello stipendio: cosa si vuole “premiare” con 175 euro al mese lordi?

Eppure, l’UCB non ha certificato gli ultimi contratti regionali, pretendendo che venisse aumentato il peso della retribuzione di risultato, andando contro lo stesso Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro, che è chiarissimo: alla retribuzione di risultato va dedicato il 15% del Fondo Unico Nazionale, non di più. Il lato comico (o tragico?) della questione è che quasi sempre si tratta di poche decine di euro, solo in alcuni casi di cifre poco più alte. Per cui è forte tra i sindacati la tentazione di lasciar perdere, di firmare pur di chiudere una vicenda che si trascina ormai da quattro anni consecutivi.

Tuttavia, a nostro avviso si tratterebbe di un atteggiamento sbagliato: perché accettare supinamente questa proposta significherebbe avallare i comportamenti illegittimi e vessatori del Miur, con la “regia” del Mef, che vanno dai tagli del Fondo unico a livello nazionale fino alla pretesa di imporre le proprie pretese a livello di contratti regionali. Qualche segnale in questo senso sta già arrivando: in una regione-simbolo, quale è la Lombardia, le organizzazioni sindacali non hanno infatti sottoscritto la proposta di contratto. Non hanno sottoscritto due CIR su tre: a questo punto, non è però da escludere che l’amministrazione emani un Atto Unilaterale, come ha fatto anni fa in Campania.

“Visto che bisognerà andare in giudizio se si vuole recuperare il maltolto – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal -, meglio sarebbe allora arrivarci da un punto di forza, perché evidentemente è più facile impugnare un atto unilaterale che un contratto. È emblematico il caso delle Marche, una delle sei regioni che hanno addirittura avuto una penalizzazione aggiuntiva rispetto alle altre sul Fondo unico nazionale dell’anno scolastico 2015/2016: il MIUR ha imposto una taglio, sia pur minimo, della posizione variabile. È per questo che Anief-Dirigenti sostiene che è meglio non firmare: meglio non avallare le pretese del Miur e del Mef, meglio arrivare più forti davanti al giudice del lavoro”.

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