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È ormai chiaro che il rinnovo del contratto riguarderà solo una parte dei dipendenti pubblici: dopo aver tentato di incrementare gli stipendi degli statali con un trancio di pizza in più al mese, tra le proteste generali, ora l’Esecutivo tenta di mantenere la stessa cifra di investimenti restringendo il campo dei lavoratori beneficiari. Stride, ancora una volta, l’ostracismo nell’assegnare pure gli adeguamenti minimi a tutto il personale statale. Per questo Anief ribadisce la volontà di ricorrere al giudice del lavoro.

Marcello Pacifico (presidente Anief e segretario confederale Cisal): come si fa a dire che gli aumenti, indispensabili per non far soccombere le buste paga all’avanzare dell’inflazione, come accaduto negli ultimi anni, spettano solo ad una parte di dipendenti? È possibile che il Governo sia scivolato nell’errore del ministro Giannini, quando di recente ha confuso il merito, rivolto ad una stretta cerchia di lavoratori, con gli stipendi base fermi dal 2009: è un’offerta inaccettabile. Appena verrà formulata, la respingeremo con forza.

 

Non convince la smentita del ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, a proposito degli aumenti nel pubblico impiego riservati a chi sta sotto i 26.000 euro, pubblicata da La Repubblica: “Ho solo detto che chi ne guadagna 200.000 può aspettare”, si è affrettato a dire il titolare della Funzione Pubblica, a proposito dell’adeguamento stipendiale dei lavoratori statali dopo sei anni di blocco contrattuale.

Nella smentita si colgono, tra le righe, le vere intenzioni del Governo: dopo aver tentato di incrementare gli stipendi con un trancio di pizza in più al mese, tra le proteste generali, ora l’Esecutivo tenta di mantenere la stessa cifra di investimenti (pochi euro in più a lavoratore, che potremmo chiamare oboli) restringendo il campo dei lavoratori beneficiari. Come se la questione cambiasse, assegnando due o tre tranci di pizza anziché uno. Lasciando a bocca asciutta, con le buste paga ferme ancora al 2009, una buona fetta di dipendenti pubblici.

Stride, ancora una volta, l’atteggiamento di totale rinuncia nell’assegnare pure gli adeguamenti minimi a tutto il personale statale. Nessuno escluso. Soprattutto quando si mette a confronto la situazione interna con quanto accade in altri Paesi. In Francia, ad esempio, dove il Governo ha di recente deciso di investire un miliardo di fondi per gli stipendi dei docenti: “L'aumento annuo medio in busta paga per ogni insegnante francese sarà di circa 1.400 euro lordi”; è stato annunciato a favore di insegnanti che già guadagnano più dei nostri presidi. Si tratta di una cifra vicina a quanto dovrebbe essere assegnato ai nostri docenti, se solo si allineassero gli stipendi alla metà degli aumenti dell'inflazione cresciuti negli ultimi otto anni, a fronte di 17 euro stanziati dal Governo per i tre milioni di dipendenti pubblici.

L’aumento miseria si va a collocare su degli stipendi che hanno raggiunto il punto più basso mai registrato in 34 anni di serie storiche, dal 1982. Con le buste paga dei dipendenti della scuola che con nemmeno 29mila euro lordi vanno a collocarsi tra i più esigui di tutta la pubblica amministrazione. Quel che preoccupa è che anche l’unica modalità certa di incremento, quale è l’indennità di vacanza contrattuale, venga ora messa ancora in discussione. Leggendo il Documento di Economia e Finanza 2016, l'indicizzazione dell’indennità di vacanza contrattuale risulterebbe infatti bloccata almeno sino al 2018 e forse anche fino al 2021.

“In questo quadro di piattume economico generale - commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – viene da chiedersi con quale criterio il ministro Madia possa pensare di introdurre degli aumenti solo ad una fetta di dipendenti continuando a lasciare al palo tutti gli altri. Perché appena otto docenti su dieci accedono ai fondi premiali, come accade nella scuola a seguito della riforma, la legge 107, approvata quasi un anno fa, sovvertendo la Costituzione che prevede un corrispettivo adeguato al lavoro profuso per tutti e non solo per alcuni”.

“Il punto è: come si fa a dire che gli aumenti, indispensabili per non far soccombere le buste paga all’avanzare dell’inflazione, come accaduto negli ultimi anni, spettano solo a una parte di dipendenti? È possibile che anche il Governo sia scivolato nell’errore del ministro Giannini, quando di recente ha confuso il merito da assegnare ad una stretta cerchia di lavoratori con gli stipendi base fermi dal 2009. Per noi si tratta di un’offerta inaccettabile che, appena verrà formulata, non potrà che essere respinta al mittente. Per questo ci prepariamo a dare battaglia nelle opportune sedi, anche e soprattutto legali”, conclude il sindacalista Anief-Cisal.

Il giovane sindacato ribadisce, pertanto, l’esigenza di adeguare i valori dell’indennità di vacanza contrattuale iniziando a recuperare le somme non assegnate negli ultimi sei anni: rinunciare a questa indennità, significa non applicare la normativa vigente in materia di tutela retributiva del pubblico impiego, a partire dall’articolo 2, comma 35, della Legge n. 203/2008, dalla legge finanziaria 2009 e anche dalle disposizioni previste dal Decreto Legislativo 150/2009. Anief, assieme a Cisal e Radamante, già oggi si batte in tribunale per l’adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale al vero costo della vita, quello certificato dal ministero: ciò comporterà aumenti degli stipendi per almeno il 10% nelle buste paga. Per richiedere, pertanto, l'adeguamento dei valori dell'indennità di vacanza contrattuale alla metà dell'inflazione, come registrata a partire dal settembre 2015 rispetto al blocco vigente dal 2008, basta cliccare sul seguente link.

 

 

 

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