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Lo hanno detto le organizzazioni dei lavoratori ai componenti della XI commissione del Senato (lavoro Pubblico e Privato), spiegando che per superare il D.Lvo n. 165/2001 non bastano le buone intenzioni, ma il ritorno alla vera contrattazione e un monte minimo di risorse che sinora non è stato stanziato. Il paventato riequilibrio del rapporto tra legge e contratto, contenuto nell’accordo del 30 novembre scorso sul rinnovo dei contratti pubblici, rimane lettera morta. Tuttavia, questa posizione non è nuova per l’Anief che l’aveva prefigurata da tempo e ribadita prima di Pasqua, quando ha affermato che il prossimo rinnovo contrattuale non cambierà di molto la situazione stipendiale di stallo dei dipendenti pubblici. Poiché il ruolo del sindacato è quello di tutelare i dipendenti, a iniziare dai suoi iscritti, per i lavoratori è decisamente più fruttuoso presentare ricorso in tribunale. Ecco perché Anief ha deciso di ricorrere per il recupero dell'indennità di vacanza contrattuale nello stipendio, sia per i dipendenti della Scuola, sia per i lavoratori della Pubblica Amministrazione.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): su un reddito medio di 1.500 euro, dal settembre 2015 lo Stato avrebbe dovuto versare a ogni dipendente 105 euro di aumento medio, ovvero il 7 per cento del proprio stipendio. Questo non ce lo siamo inventati noi, ma ce lo ha detto la Corte Costituzionale. Salvo poi recuperare l’altro 50 per cento alla firma del contratto. Pensare di firmare un rinnovo a condizioni decisamente inferiori sarebbe assurdo: significherebbe farlo sulla pelle dei lavoratori, quelli che noi dobbiamo tutelare. Per questi motivi abbiamo deciso di andare in tribunale. Riteniamo umiliante e improduttivo cedere alle lusinghe di un Governo che ha come obiettivo primario quello di far sottoscrivere un contratto che lede i diritti dei lavoratori pubblici.

 

Anche gli altri sindacati bocciano lo schema di decreto legislativo proposto dalla Ministra della Funzione Pubblica, Marianna Madia, per la modifica del Testo Unico sul pubblico impiego: lo hanno detto ai componenti della XI commissione del Senato (lavoro Pubblico e Privato), spiegando che per superare il D.Lvo n. 165/2001 non bastano le buone intenzioni, ma il ritorno alla vera contrattazione e un monte minimo di risorse che sinora non è stato stanziato.

“Il decreto – commenta oggi Orizzonte Scuola - è alquanto lontano dall’accordo del 30 novembre 2016 sul rinnovo dei contratti pubblici, che prevede un riequilibrio del rapporto tra legge e contratto. Nello schema di decreto, infatti, permane lo squilibrio a favore della legge, come testimonia ad esempio l’articolo dedicato al trattamento economico che riserva una parte di retribuzione alla performance, sottraendola dunque alla contrattazione. Le OO.SS., inoltre, hanno evidenziato la necessità di stanziare maggiori risorse per il rinnovo dei Contratti”.

Questa posizione non è nuova per l’Anief che l’aveva prefigurata da tempo e ribadita prima di Pasqua, quando ha affermato che il prossimo rinnovo contrattuale non cambierà di molto la situazione stipendiale di stallo che i dipendenti pubblici vivono dal 2009: i 2,8 miliardi di euro in arrivo, attraverso il Documento di economia e finanza per il 2017, in buona parte destinati proprio ai rinnovi 2016-2018 del contratto della Pubblica Amministrazione, rappresentano infatti una cifra fortemente più bassa rispetto a quella attesa. Come non bastano gli oneri previsti, sempre nel Def, per il prossimo rinnovo: 2,3 miliardi di euro per il 2019 e 4,6 per il 2020.

Sempre il giovane sindacato aveva fatto notare che sulla base dell’accordo raggiunto il 30 novembre scorso a Palazzo Vidoni, il nuovo contratto avrebbe dovuto prevedere un approccio alla 'Robin Hood', con gli aumenti maggiori destinati ai lavoratori che detengono stipendi più bassi. Il problema è che anche per loro non si supereranno 50 euro di aumento netto. Anief ha calcolato che a fronte di questa cifra ridicola in busta paga, giunta dopo otto anni di blocco, i dipendenti pubblici ne perderanno altrettanti per il mancato adeguamento dell’indennità di vacanza contrattuale.

Per questi motivi, sempre l’Anief aveva chiesto ai sindacati rappresentativi di non firmare il rinnovo contrattuale a queste condizioni. Poiché il ruolo del sindacato è quello di tutelare i dipendenti, a iniziare dai suoi iscritti, per loro sarebbe infatti decisamente più fruttuoso presentare ricorso in tribunale, in modo da ottenere il maltolto, incominciando dal recupero del potere economico delle buste paga dei dipendenti PA e della scuola scalando finalmente quei 20 punti percentuali sotto il costo della vita cui sono stati relegati con il blocco attuato da quasi un decennio.

Secondo Marcello Pacifico, segretario nazionale Anief e segretario confederale Cisal, “se calcoliamo un reddito medio di 1.500 euro, dal settembre del 2015 lo Stato avrebbe dovuto versare a ogni dipendente pubblico 105 euro di aumento medio, ovvero il 7 per cento del proprio stipendio. Questo non ce lo siamo inventati noi, ma ce lo ha dettola Corte Costituzionale. Salvo poi recuperare l’altro 50 per cento alla firma del contratto. Pensare di firmare un rinnovo contrattuale a condizioni decisamente inferiori, sarebbe assurdo: significherebbe farlo sulla pelle dei lavoratori, quelli che noi dobbiamo tutelare. Per questi motivi abbiamo deciso di andare in tribunale. Riteniamo umiliante e improduttivo cedere alle lusinghe di un Governo che ha come obiettivo primario quello di far sottoscrivere un contratto che lede i diritti dei lavoratori pubblici”.

Per tali motivazioni Anief ha messo a disposizione del personale i modelli di diffida per il recupero dell'indennità di vacanza contrattuale nello stipendio.

Ecco perché Anief ha deciso di ricorrere per il recupero immediato dell'indennità di vacanza contrattuale nello stipendio, sia per i dipendenti della Scuola, sia per i lavoratori della Pubblica Amministrazione.

 

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