Dopodomani, 19 luglio, le Commissioni congiunte Lavoro e Affari Costituzionali esamineranno i due disegni di legge che sembrano destinati a unificarsi: con il n. 2006 a prima firma Pietro Ichino (PD) e il n. 1286 che porta il nome di Maurizio Sacconi (AP-NCD) si vorrebbe riservare il diritto allo sciopero alle sigle sindacali con almeno la metà della rappresentatività di categoria. Inoltre, l’adesione andrebbe comunicata almeno cinque giorni prima dell’evento e non si potrebbero più indire assemblee sindacali in orario di lavoro. Le modifiche delle regole sugli scioperi riguarderebbero ‘l’area dei servizi pubblici di trasporto’, ma a sentire alcuni estensori delle proposte di legge non si esclude che si possa estendere il tutto ad altri settori. A iniziare dalla Scuola, dove da tempo i Governi di turno stanno tentando di limitare il campo degli scioperi, perché ritenuti lesivi del diritto a fruire del servizio che erogano.

Il sindacato ricorda che esistono delle direttive sindacali comunitarie che non possono essere eluse: stiamo parlando, a esempio, della n. 86 del 2001, che completa lo statuto della società UE a proposito del coinvolgimento dei lavoratori, ma anche della direttiva n. 14 del 2002, che introduce il quadro generale sulla informazione e consultazione dei lavoratori della Comunità europea.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): norme di questo genere andrebbero contro la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e il Trattato di Lisbona, e lo stesso l’articolo 40 della Costituzione che tutelano i lavoratori e la loro libertà d’espressione in ambito professionale: è assurdo pensare che solo un ristretto numero di sindacati possa avere il diritto di indire lo sciopero, perché un principio classista e discriminatorio. Come è impensabile chiedere ai dipendenti di comunicare al loro datore di lavoro se vogliono o meno aderire alla giornata di protesta. In Italia, già esistono diversi limiti e un organismo, l’Autorità di garanzia sugli scioperi, deputato a governare le richieste. Andare oltre non avrebbe senso. Se non quello di tentare di limitare in partenza gli effetti della protesta. Quando c’è uno sciopero, quasi mai sbaglia chi protesta, che già paga di tasca propria. Sarebbe bene invece interrogarsi sui motivi della mobilitazione, dunque su come si amministra l’azienda. Per certe modifiche, servirebbe poi un referendum tra i lavoratori o i loro rappresentanti. I quali difficilmente sarebbero d’accordo nel riportare l’Italia nell’era pre-Costituzione, quando lo sciopero veniva considerato un’arma illegittima da sopprimere e il datore di lavoro sceglieva a suo piacimento le regole.

 

“Cambiare le modalità di sciopero così come si sta tentando di fare in questi giorni in Parlamento significherebbe fare un salto all’indietro di 80 anni, quando la democrazia aveva poche possibilità di esprimersi, perché in un colpo solo l’astensione dal lavoro diverrebbe una facoltà ristretta alle organizzazioni sindacali rappresentative, i lavoratori sarebbero costretti a esprimere la loro adesione con largo anticipo e verrebbero meno le assemblee sindacali in orario di servizio”: commenta così Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, la decisione delle Commissioni congiunte Lavoro e Affari Costituzionali di riunirsi dopodomani, mercoledì 19 luglio, per esaminare l'approvazione di una legge di modifica delle regole sugli scioperi riguardanti “l’area dei servizi pubblici di trasporto” ma a sentire alcuni estensori delle proposte di legge non si esclude che si possa estendere il tutto ad altri settori. A iniziare dalla Scuola, dove da tempo i Governi di turno stanno tentando di limitare il campo degli scioperi, perché ritenuti lesivi del diritto a fruire del servizio che erogano.

Le novità normative che le Commissioni di competenza saranno chiamate a esaminare si riconducono a due disegni di legge avviati da tempo: il n. 2006 a prima firma Pietro Ichino (Partito Democratico) e il n. 1286 che ha come primo sostenitore Maurizio Sacconi (AP-NCD). Sebbene provenienti da schieramenti politici non attigui, i due ddl sembrerebbero destinati all’unificazione in un testo comune di riforma. Tra le novità più rilevanti figurano la proclamazione dello sciopero da riservare alle sigle sindacali con almeno la metà della rappresentatività di categoria (art. 1, comma 2, p. a) del ddl 1286 nel quale si parla espressamente di “grado di rappresentatività superiore al 50 per cento” e l’adesione dei lavoratori allo sciopero da comunicare almeno cinque giorni prima dell’evento. A rischio sarebbe anche la possibilità di indire assemblee sindacali in orario di lavoro.

Per il sindacato, si tratta di proposte irricevibili: “vanno contro la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e il Trattato di Lisbona, ma anche l’articolo 40 della Costituzione che tutelano i lavoratori e la loro libertà di espressione in ambito professionale – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal -: è assurdo pensare che solo un ristretto numero di sindacati possa avere il diritto di indire lo sciopero, perché è un principio classista e discriminatorio. Come è impensabile chiedere ai dipendenti di comunicare al loro datore di lavoro se vogliono o meno aderire alla giornata di protesta: l’anticipo delle intenzioni è una chiara volontà di svilire gli effetti dello sciopero”.

“In Italia – continua Pacifico – non occorrono tutele ulteriori per la salvaguardia dei servizi, perché già esistono diversi limiti e un organismo, l’Autorità di garanzia sugli scioperi, deputato a governare le richieste: basti pensare alle norme che impediscono di proclamare più scioperi nello stesso periodo e l’obbligo di distanziarli da un determinato arco temporale. Andare oltre non avrebbe senso. Approvando un progetto del genere, si ribalterebbero i ruoli: quando c’è uno sciopero quasi mai sbaglia chi protesta, che già paga di tasca propria vedendosi sottrarre il corrispettivo di un giorno di lavoro. Sarebbe invece bene rivolgere l’attenzione sui motivi della protesta, quindi su come si amministra l’azienda. Quindi, interrogarsi sui motivi della mobilitazione. Con questi ddl, invece, si tenta di soffocare la contestazione all’origine. Per questo, sarebbe un gravissimo errore approvarli: i parlamentari lo devono sapere”.

L’Anief ricorda che già in passato si è tentato di mettere mano alle regole sul diritto allo sciopero: diverse sentenze hanno però sempre salvaguardato il diritto plurimo e cassato sul nascere questo genere di iniziative parlamentari. Esistono, infatti, delle direttive sindacali comunitarie che non possono essere eluse: stiamo parlando, a esempio, della n. 86 del 2001 che completa lo statuto della società UE a proposito del coinvolgimento dei lavoratori, ma anche della direttiva n. 14 del 2002 che introduce il quadro generale sull’informazione e consultazione dei lavoratori della Comunità europea.

A questo proposito, il giovane sindacato ricorda anche che, per modificare delle norme così rilevanti ai fini della rappresentatività, rimane indispensabile avviare un referendum tra i lavoratori o tra i loro rappresentanti. “Farlo dall’alto, ignorando il pensiero di chi è destinatario di certi provvedimenti – conclude il sindacalista Anief-Cisal – costituirebbe un atto regressivo per la democrazia, perché riporterebbe l’Italia nell’era pre-Costituzione, quando lo sciopero veniva considerato un’arma illegittima da sopprimere e il datore di lavoro sceglieva a suo piacimento norme e regole”.

 

 

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