Se dal punto di vista teorico la doppia operazione, collocata all’interno del rinnovo del contratto, può essere condivisibile, sul piano pratico vi sono non pochi risvolti negativi. Sul bonus merito non si capisce, ad esempio, come potrebbe essere portato in busta paga un compenso accessorio soggetto oggi a valutazione discrezionale del dirigente scolastico. Per attuare un’operazione del genere, quindi, occorrerebbe agire con una modifica normativa che, come ha anche fatto osservare il presidente Aran Sergio Gasparrini, non compete di certo al tavolo contrattuale ma alla politica. Ancora meno fattibile appare la trasposizione delle somme destinate alla formazione dei docenti: se è vero che portarle in busta paga farebbe diventare il bonus strutturale e non soggetto a rifinanziamento annuale, è altrettanto vero che vorrebbe dire sottoporlo a tassazione, dimezzando la somma. La domanda allora è: vale la pena per un aumento esiguo mensile ritrovarsi con un carico di lavoro maggiore? Sicuramente no.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Per il bonus della formazione, venendo meno la possibilità di rendicontarne la spesa, si aprirebbe il personale al rischio di indurre la parte pubblica a chiedere uno scambio in termini di ore obbligatorie di formazione per aggiornamento. Mentre oggi non esiste una quantificazione. In pratica, i sindacati rappresentativi stanno provando a far passare per aumento stipendiale ciò che strutturalmente non lo è, con il rischio concreto di trasformare la proposta in un boomerang, perché potrebbe aprire la strada a un aumento di fatto dell'orario di servizio, qualora il bonus 500 euro in busta paga dovesse tradursi in ore di aggiornamento obbligatorie e quantificate. Per quanto riguarda invece il bonus merito, tanto vale chiedere l'abolizione della stessa procedura prevista dalla Buona Scuola e procedere con la redistribuzione delle somme stanziate per gli aumenti in busta paga a pioggia.

 

Potrebbe rivelarsi una “polpetta avvelenata” la richiesta dei sindacati rappresentativi, formulata ufficialmente in queste ore all’Aran, di portare in busta paga le somme derivanti dai bonus 500 euro per la formazione e dal bonus merito dei docenti, introdotti dai commi 123 e 126 della Legge di riforma 107/2015. Se dal punto di vista teorico la doppia operazione, collocata all’interno del rinnovo del contratto, può essere anche condivisibile, perché si andrebbero ad incrementare degli aumenti che ad oggi non coprono nemmeno la media miserevole degli 85 euro accordati a fine 2016 con la Funzione Pubblica, sul piano pratico vi sono non pochi risvolti negativi.

I due importi annuali, conferiti agli insegnanti, sono rispettivamente pari a 381,137 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2015 e a 200 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2016. Sul primo, il bonus merito, non si capisce, ad esempio, come potrebbe essere portato in busta paga un compenso accessorio soggetto oggi a valutazione discrezionale del dirigente scolastico. Per attuare un’operazione del genere, quindi, occorrerebbe agire con una modifica normativa che, come ha anche fatto osservare il presidente Aran Sergio Gasparrini, non compete di certo al tavolo contrattuale ma alla politica.

Ancora meno fattibile appare la trasposizione delle somme destinate alla formazione dei docenti: se è vero che portarle in busta paga farebbe diventare il bonus strutturale e non soggetto a rifinanziamento annuale, è altrettanto vero che vorrebbe dire sottoporlo a tassazione, con conseguente diminuzione del netto utile. In pratica, oggi un docente ha a disposizione 500 euro effettive per acquisti formativi di vario genere; portando in busta paga quella cifra, andrebbe a percepire circa la metà della somma.

Infine, vanno fatti due calcoli. Considerando che la somma dei bonus annuali corrisponde a 600 milioni di euro e che va divisa per circa un milione e 100mila euro, dovendo inserire nel computo anche il personale Ata, gli educatori e tutte le figure professionali che ora non accedono ai bonus merito e formazione, si ottengono poco più di 40 euro mensili lordo Stato, che al netto delle trattenute e della previdenza corrispondono a 20 euro mensili netti in più al mese. La domanda allora è: vale la pena per un esiguo aumento mensile, 20 euro al mese, ritrovarsi con un carico di lavoro maggiore? Sicuramente no.

“Ma l’aspetto sinora non considerato e forse ancora più paradossale – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal – è che salterebbe la possibilità di rendicontarne la spesa, aprendo al rischio di indurre la parte pubblica a chiedere uno scambio in termini di ore obbligatorie di formazione per aggiornamento. Mentre oggi non esiste una quantificazione. In pratica, i sindacati rappresentativi stanno provando a far passare per aumento stipendiale ciò che strutturalmente non lo è, con il rischio di trasformare la proposta in un vero boomerang, che potrebbe aprire la strada a un aumento di fatto dell'orario di servizio, qualora il bonus 500 euro in busta paga dovesse tradursi in ore di aggiornamento obbligatorie e quantificate”.

“Di fatto, si compirebbe un vero e proprio suicidio economico. Per quanto riguarda invece il bonus merito, tanto vale chiedere l'abolizione della stessa procedura prevista dalla Buona Scuola e procedere con la redistribuzione delle somme stanziate per gli aumenti in busta paga a pioggia”, conclude il presidente nazionale Anief.

 

 

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