Dalle ore 9.00, le famiglie degli alunni interessati hanno la possibilità di registrarsi al portale dedicato alle iscrizioni on line per le classi prime di scuola primaria e secondaria di I e II grado. Successivamente, dalle ore 8.00 del prossimo 16 gennaio alle 20.00 del 6 febbraio, sarà possibile invece fare l’iscrizione vera e propria. Tra le novità per chi si affaccia alla scuola di secondo grado, riferisce il Miur, ci sono i nuovi indirizzi quadriennali sperimentali che partiranno a settembre 2018. Si allarga quindi a macchia d’olio il progetto, avviato da tempo, ma ancora oggi relegato a 12 istituti.

In effetti, analizzando gli ultimi dati di Eurydice, la rete europea di informazione sull’istruzione, emerge che la scelta di un percorso secondario di cinque anni è poco praticata in Europa: solo Bulgaria e Slovenia, oltre all’Italia, la attuano. Ma c’è anche un altro dato che va sottolineato ed invece sinora trascurato: i paesi europei nei quali il secondo ciclo è più breve rispetto all’Italia non eliminano tout court un anno di studi, ma lo recuperano altrove distribuendolo diversamente tra i due cicli. L’Italia infatti ha un primo ciclo dalla durata molto breve in confronto al resto del continente: otto anni, mentre la scelta predominante in Europa è di nove anni o addirittura di 10/11 anni.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): per quale motivo si insiste sull’uscita a 18 anni lasciando però intatto al 16esimo anno di età l’obbligo formativo. Perché diplomarsi prima, se poi il tasso di abbandoni dei banchi rimane alto. E che dire delle iscrizioni all'università, drasticamente diminuite nell’ultimo decennio? Vogliamo davvero adeguarci all’Europa? Bene, allora facciamolo in modo corretto, non guardando solo i casi, peraltro sporadici, che fanno comodo a condurre pericolose sperimentazioni. È un modo di procedere per nulla lungimirante che rischia di affossare ancora di più l’Italia sul fronte dell’istruzione dei propri giovani.

 

Oggi è ufficialmente partita la macchina organizzativa ministeriale per le iscrizioni del prossimo anno scolastico: dalle ore 9.00, le famiglie degli alunni interessati hanno la possibilità di registrarsi al portale dedicato alle iscrizioni on line per le classi prime di scuola primaria e secondaria di I e II grado. Successivamente, dalle ore 8.00 del prossimo 16 gennaio alle 20.00 del 6 febbraio, sarà possibile invece fare l’iscrizione vera e propria. Tra le novità per chi si affaccia alla scuola di secondo grado, riferisce il Miur, ci sono i nuovi indirizzi quadriennali sperimentali che partiranno a settembre 2018. Hanno avuto il via libera alla sperimentazione già 100 classi, appartenenti ad altrettanti istituti che si sono proposti: 44 al Nord, 23 al Centro, 33 al Sud. Si tratta di 75 indirizzi liceali e 25 indirizzi tecnici. Sono 73 le scuole statali coinvolte, 27 quelle paritarie. Per altre 92 classi – sottolineano da Viale Trastevere - il Ministero chiederà al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione il parere per includerle nella sperimentazione. Si allarga quindi a macchia d’olio il progetto, avviato da tempo, ma ancora oggi relegato a 12 istituti.

Ma quali sono i presupposti che sostengono la sperimentazione del cosiddetto “liceo breve”? Il Ministero dell’Istruzione continua a dire che alla base del progetto c’è la necessità di adeguare il modello formativo italiano a quello europeo, facendo intendere che in caso di esito positivo della sperimentazione il progetto potrebbe nel tempo essere esteso a tutti gli istituti. In effetti, nel vecchio Continente la riduzione a quattro anni del percorso di studi della scuola secondaria di secondo grado è una realtà tutt’altro che marginale: a confermarlo sono gli ultimi dati di Eurydice, la rete europea di informazione sull’istruzione, che nel novembre scorso ha pubblicato una versione aggiornata del periodico rapporto proprio sulla struttura dei sistemi scolastici europei.

“Dall’analisi di tali dati – scrive in queste ore Orizzonte Scuola - emerge che in effetti la scelta di un percorso secondario di cinque anni è poco praticata in Europa: solo Bulgaria e Slovenia, oltre all’Italia, la attuano”. Ma c’è anche un altro dato che va sottolineato ed invece sinora trascurato: “la durata complessiva di primo ciclo e secondo ciclo. In questo caso l’Italia è perfettamente allineata alla ‘moda’ europea, dal momento che nel nostro paese tale arco temporale ammonta a 13 anni: 15 paesi su 27 fanno altrettanto. Cosa significa ciò? Vuol dire che i paesi europei nei quali il secondo ciclo è più breve rispetto all’Italia non eliminano tout court un anno di studi, ma lo recuperano altrove distribuendolo diversamente tra i due cicli. L’Italia infatti ha un primo ciclo dalla durata molto breve in confronto al resto del continente: otto anni, mentre la scelta predominante in Europa è di nove anni o addirittura di 10/11 anni”.

Entrando nel dettaglio, “solo cinque paesi europei (Italia compresa) hanno un primo ciclo di otto anni; 14 paesi hanno un primo ciclo da nove anni, 6 paesi da 10 anni: di ciò però non si parla, ed è curioso che al riguardo non si invochi l’allineamento alla prassi europea, come sarebbe logico pensare. Il dibattito sull’accorciamento del secondo ciclo in Italia appare quindi viziato all’origine dalla mancanza di uno sguardo sistemico: è evidente – continua la rivista specializzata - che la riduzione di un solo anno nel percorso secondario, qualora non fosse accompagnata da una revisione del primo ciclo che ne aumentasse la durata, si configurerebbe come un semplice taglio di personale allo scopo di ottenere un risparmio di spesa pubblica nell’istruzione”.

Tra l’altro, la riduzione di un anno di corso si andrebbe a collocare all’interno di un quadro di spesa già modesto: l’ultimo rapporto Ocse sui sistemi scolastici ha evidenziato che l’Italia veste la maglia nera per gli investimenti attuati e (non a caso) per il numero di Neet: “Nel 2014, la spesa per le istituzioni dell’istruzione si è attestata al 4% del PIL in Italia, un rapporto molto inferiore alla media OCSE del 5,2% e inferiore del 7% rispetto al 2010. Solo cinque altri Paesi si collocavano a un livello inferiore rispetto all’Italia in termini di spesa per le istituzioni dell’insegnamento in percentuale del PIL.1.

Dall’analisi prodotta emerge, in conclusione, che “non è forse il caso di pensare a ulteriori risparmi nel settore dell’istruzione. Se si volesse veramente allineare il sistema scolastico italiano a quello europeo, come si afferma, bisognerebbe iniziare a ragionare contestualmente di aumento della durata del primo ciclo, evidenziando come sia proprio in questa fase del percorso di studi - e non in altre - che si acquisiscono compiutamente e in profondità le competenze di base spendibili nel ciclo successivo”.

Ancora una volta, i dati oggettivi sulla revisione del percorso scolastico italiano avallano la tesi dell’Anief sulla necessità di incrementare il percorso iniziale di studi, permettendo agli alunni di anticipare di 12 mesi la primaria, a cinque anni di età, introducendo per loro un’annualità “ponte” affidata a maestri dell’infanzia e primaria in copresenza, proprio nell’anno più complesso del loro percorso scolastico. Ancora di più oggi, a seguito dell’approvazione della Legge 107/2015, che ha trasformato le classi “Primavera” in ordinamentali a tre anni.

“Dopo avere ricordato che l’anticipo della scuola a cinque anni di età risolverebbe pure il problema dei maestri della scuola dell’infanzia estromessi dall’ultima riforma 0-6 anni prevista dalla riforma della Buona Scuola – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal  - viene da chiedersi per quale motivo si insiste sull’uscita a 18 anni lasciando però intatto al 16esimo anno di età l’obbligo formativo. Perché diplomarsi prima, se poi il tasso di abbandoni dei banchi rimane alto. E che dire delle iscrizioni all'università, drasticamente diminuite nell’ultimo decennio?”

Vogliamo davvero adeguarci all’Europa? Bene, allora facciamolo in modo corretto, non guardando solo i casi sporadici, che fanno comodo a condurre pericolose sperimentazioni. È un modo di procedere per nulla lungimirante che – conclude Pacifico – rischia di affossare ancora di più l’Italia sul fronte dell’istruzione dei propri giovani”.

 

 

Per approfondimenti:

 

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