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Il sindacato ricorda che la Ragioneria Generale dello Stato ha dimostrato come la precarizzazione del pubblico impiego produca disavanzo pubblico: l’assunzione in ruolo del personale non di ruolo permetterebbe un risparmio immediato di almeno 750 milioni di euro l’anno. I numeri: dei 3.036.000 lavoratori della PA 307.000 sono precari, quasi la metà in carico al Miur.

L’associazione sindacale Anief ritiene davvero felice la proposta del ministro della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, di attuare dei prepensionamenti nel settore “per immettere energie giovani” e “ringiovanire la PA". È una soluzione che il sindacato auspica da tempo, ma che sinora i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno non solo hanno eluso ma addirittura contraddetto con l’attuazione di riforme pensionistiche penalizzanti e senza deroghe.

Premesso che i prepensionamenti cui ha aperto finalmente la Funzione Pubblica non dovranno prevedere penalizzazioni economiche per i beneficiari, va ricordato al Ministro Madia che tra i primi a fruirne dovranno essere i 4mila docenti e Ata della Scuola: hanno iniziato l’anno scolastico 2011/12 presentando regolare domanda di pensionamento, ma poi sono rimasti “incastrati” a seguito dell’approvazione dell’articolo 24 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214.

“Sulla ‘dimenticanza’ del legislatore si sono detti tutti d’accordo, anche i parlamentari delle commissioni Cultura di entrambi i rami del Parlamento – ricorda Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – ma poi alla resa dei conti le norme speciali, come quella che esiste per i lavoratori della scuola, vengono sistematicamente schiacciate dalle necessità ragionieristiche dello Stato”.

“Le stesse esigenze che hanno creato i presupposti per la formazione di 140mila precari annuali docenti e Ata: solo poche settimane fa la Ragioneria dello Stato ha quantificato che nel 2012 lavoravano nella PA 3.036.000 lavoratori con contratti a tempo indeterminato. Di questi, 307.000 erano precari con contratti di lavoro flessibili: quasi la metà, 140.557, - conclude il rappresentante Anief-Confedir - era impegnato nella scuola”.

A conti fatti, però, la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro nel pubblico impiego si è rivelata del tutto fallimentare. Di recente è stato dimostrato, in modo inequivocabile, che l’assunzione del personale precario risulta conveniente per lo Stato: permetterebbe un risparmio immediato di almeno 750 milioni di euro l’anno. Tanto è vero che tra il 2007 e il 2012 la stabilizzazione di quasi 25mila lavoratori del servizio sanitario nazionale e circa 28mila appartenenti alle regioni e alle autonomie locali ha comportato un risparmio sui costi sostenuti dall’amministrazione, rispettivamente, di 80 e 285 milioni di euro.

Senza dimenticare che così facendo, immettendo in ruolo i precari della PA, si metterebbe anche la parola fine alle procedure di infrazione attivate dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia per l’abuso di contratti a tempo determinato, su cui tra alcuni giorni si esprimerà anche la Corte di Giustizia Europea.

Per approfondimenti:

ISTRUZIONE – L’inarrestabile ascesa dei precari della scuola: superata quota 140mila, la metà di tutta la PA

Spending Review: mantenere i dipendenti precari aumenta la spesa pubblica

Quota 96: se Governo e Mef non trovano la copertura ci penseranno i giudici a mandarli in pensione

 

Anief-Confedir respinge con forza il piano di lavoro che sta approntando il Comitato interministeriale per la revisione della spesa pubblica, a partire dall’ulteriore riduzione di 85mila lavoratori della PA e il taglio dei dirigenti tra l’8 e il 12%. Il vero risparmio passa per l’investimento nella scuola, invece martoriata dai tagli, e investendo nella professionalizzazione del personale e nella digitalizzazione della macchina pubblica.

Sulla pubblica amministrazione sono stati già effettuati tutti i tagli possibili: basti pensare ai 350mila posti di dipendenti statali cancellati solo negli ultimi quattro anni. Di cui oltre la metà sottratti alla scuola, assieme a 8 miliardi euro, 4mila istituti e al rinnovo contrattuale del personale ormai fermo ai livelli del 2009. Sono dati che parlano da soli e che inducono Anief-Confedir a respingere con forza il piano di lavoro che sta approntando il Comitato interministeriale per la revisione della spesa pubblica, a partire dall’ulteriore riduzione di 85mila lavoratori della PA.

“Al commissario straordinario per la spending review italiana, Carlo Cottarelli, ricordiamo che ridurre ulteriormente il personale che opera nella pubblica amministrazione avrebbe effetti a dir poco deleteri sul servizio pubblico che è chiamata ad assolvere”, dichiara Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir.

“Siamo preoccupati per la funzionalità di tutti i comparti pubblici, ma in particolare per il destino della scuola, dove già oggi l’offerta didattica complessiva risente in modo pesante delle privazioni attuate a partire dalla Legge 133/2008. Andare ulteriormente a ritoccare in negativo l’attuale assetto degli organici, assieme, come sembra, a quello del sostegno e del dimensionamento scolastico, ci farebbe ancora più arretrare a livello di formazione e preparazione culturale dei nostri giovani già abbondantemente indietro rispetto ai risultati Ocse-Pisa degli altri Peasi”.

Anief-Confedir rammenta all’ex componente del Fondo monetario internazionale che la scuola è il settore che nell’ultimo periodo ha dovuto subire il 75% dei tagli di tutta la P.A.. Con la sparizione di un sesto del personale e dell’orario degli studenti, di un terzo dei dirigenti e delle scuole autonome, l'utilizzo perpetuo del precariato per il 15% dei posti in organico al fine di evitare il pagamento degli scatti di anzianità ora precluso anche ai neo-assunti. Per non parlare dell’università, che ha visto cancellata la figura del ricercatore e prorogato il blocco del turn-over al 2018.

“Spendere meno si può, ma prima di tutto – continua Pacifico – occorre spendere meglio. E questo lo si deve fare nella cultura, nella formazione, nella ricerca, nella scuola, nell’università. Tutti luoghi dove ogni finanziamento non è di certo una spesa, ma un investimento per rilanciare lo sviluppo economico dell’Italia”.

Il sindacato reputa pertanto ingiustificato, inoltre, qualsiasi ulteriore riduzione del numero dei dirigenti pubblici (si parla di un taglio tra l’8 e il 12%): a tal proposito, il commissario Cottarelli forse non sa che da diversi anni si è attuato un severo blocco del turn over, che ha messo in ginocchio, proprio per la mancanza di personale, la maggior parte dei settori nevralgici della dirigenza statale.

Tagliare nella PA significherebbe, di conseguenza, ridimensionare i servizi prodotti e mettere ancora più in crisi l’economia del Paese. La cancellazione dei posti di lavoro, infatti, comporta nell’80% dei casi il mancato rinnovo del contratto delle diverse decine di migliaia di precari che operano nello Stato. Tutto personale selezionato e specializzato che perderebbe lavoro, ridurrebbe i consumi e precarizzerebbe anche la vita di altrettante famiglie.

Sempre in tema di spending review, il commissario Cottarelli farebbe anche bene a sapere che continuare a mantenere precari 140mila dipendenti della scuola, 30mila nella sanità e quasi 80mila tra ministeri vari, enti locali e regioni, ha un costo per lo Stato pari a 700 milioni di euro l’anno. E ciò per effetto della legge 92/2012, che ha introdotto le indennità AspI e mini-ASpI, per indennizzare i lavoratori subordinati rimasti disoccupati: si tratta di un versamento all’Inps, riservato al personale non di ruolo, che per l’amministrazione pubblica comporta un aggravio variabile tra i 2.500 e i 3mila euro annui a lavoratore. Quindi la soluzione non può essere quella di tentare di cancellare il posto di lavoro, ma di stabilizzare chi lo ricopre da tempo.

“Invece di pensare di far quadrare i conti dello Stato facendo cassa sulle spalle dei dipendenti e allungando il blocco del turn over – conclude Pacifico – si punti, piuttosto, a rilanciare l’economia investendo su una maggiore professionalizzazione del personale e una vera digitalizzazione dell’intero apparato pubblico”.

 

Per approfondimenti:

Spending review - Confedir: basta tagli, per abbattere debito pubblico c’è solo una ‘cura’: spendere meglio

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Cancellati 200.000 posti di precari ata e docenti in sei anni

 

Sono soldi che vanno restituiti per il mancato adeguamento delle buste paga al costo della vita negli ultimi 40 mesi: altrimenti il ruolo del dipendente scolastico è destinato a proletarizzarsi. Marcello Pacifico (Anief-Confedir): per voltare pagina bisogna finirla con i provvedimenti tampone, finanziati razziando i fondi destinati alle stesse scuole per migliorare l’offerta formativa. Alla scuola servono risorse certe, quelle che lo Stato dal 2009 ha deciso di non dare più.

“L’approvazione del decreto sugli scatti di anzianità era un atto dovuto: ha fatto bene il Governo a voler ripristinare dei diritti calpestati da interventi statali illegittimi. Ora, però, è giunto il momento di voltare pagina finendola con gli aumenti stipendiali ‘una tantum’ finanziati razziando i fondi del potenziamento dell’offerta formativa degli istituti scolastici. La prima cosa da fare è allineare le buste paga di chi opera nella scuola al costo dell’inflazione: Anief-Confedir ha calcolato che occorrono 2.600 euro”. Così commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, l’approvazione definitiva alla Camera dei Deputati del decreto legge sugli scatti di stipendio del personale della scuola.

“Se veramente si vuole rilanciare la scuola – continua Pacifico – bisogna finirla di pensare che con dei provvedimenti estemporanei, come quello degli 80 euro annunciato dal premier Renzi, derivanti dalla defiscalizzazione degli stipendi più bassi, si possa sanare il ritardo del potere d’acquisto degli stipendi di docenti e Ata”.

Questi dipendenti, infatti, sono gli unici della P.A., per effetto dell’art. 9 della Legge 122/2010, ad avere avuto il contratto fermo già a partire dal 2010. E per effetto della Legge di Stabilità, l’indennità di vacanza contrattuale è stata ‘sospesa’ sino al 2017. Con il risultato che i valori stipendiali del personale della scuola, da adeguare all’inflazione, rimangono di fatto fermi addirittura al 2009. Si tratta di un’ingiustizia colossale. Che ha origine con il D.lgs. 29/1993, trova conferma attraverso il D.lgs. 165/01 e con il più recente D.lgs. 150/09: un’opera di demolizione dei diritti e dei contratti di comparto, finalizzata a fare spazio, per ragioni di finanza pubblica, alla privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego.

Con questi presupposti, diventa ancora più inaccettabile il fatto che mentre al comparto privato si continui ad adeguare lo stipendio almeno al progredire dell’inflazione, a quello dei dipendenti pubblici si neghi anche l’incremento delle buste paga al costo della vita: solo pochi giorni fa l’Istat ha detto, commentando l’ultimo indice generale delle retribuzioni contrattuali orarie, che ad inizio 2014 si sono registrati incrementi tendenziali sopra la media nel settore privato (+1,9%), in particolare nei settori dell’agricoltura (+3,4%), dell’industria (+2,1%) e dei servizi privati (+1,6%). Mentre in tutti i comparti della pubblica amministrazione (dirigenti e non dirigenti, contrattualizzati e non), si continuano a registrare variazioni nulle.

È un andamento, purtroppo, che si conferma da anni. Che penalizza più di tutti i lavoratori della scuola. Già il ‘Conto annuale’, realizzato dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato a fine 2013, riportava il dato che nel 2012 docenti e Ata della scuola hanno percepito in media 29.548 euro annui, l’importo annuo più basso della P.A.. Ma soprattutto, la Ragioneria statale indicava che tra il 2008 e il 2012 mentre il costo della vita è aumentato dell’11,4%, nello stesso periodo gli stipendi di docenti e Ata si sono incrementati di meno dell’8%.

“Ciò significa – continua Pacifico – che, considerando lo stipendio medio del personale scolastico di 1.500 euro, non sono stati corrisposti 65 euro a mensilità. Moltiplicando il gap per gli ultimi 40 mesi, da quando, per effetto dell’art. 9 della Legge 122/2010, il contratto è stato bloccato, ne deriva che ad ogni dipendente della scuola dovrebbero essere oggi corrisposti, come compensazione, 2.600 euro di arretrati. È un’operazione necessaria, se non si vuole proletarizzare il ruolo del dipendente scolastico”.

“Ma non solo. Perché a questo stesso personale – incalza il sindacalista Anief-Confedir - sono stati sottratti pure gli incentivi derivanti dagli incarichi di lavoro extra dedicato al potenziamento dell’offerta formativa. Finanziare gli scatti del 2012 e del 2013 attraverso il Fondo d’istituto è stato un errore clamoroso. Alla scuola servono invece risorse certe, quelle che lo Stato fino al 2009 ha messo a disposizione per incentivare gli aumenti. In attesa dei quali, tra l’altro, scattava un ‘anticipo’ attraverso quell’indennità di vacanza contrattuale che nel frattempo è stata cancellata fino al 2017. Lasciando gli stipendi degli insegnanti ai valori del 2009”.

 

Tra i paesi moderni europei i nostri docenti continuano ad avere lo stipendio più basso dopo la Grecia e nel 2013 superato anche dall’inflazione. Andrà sempre peggio: gli ultimi dati Istat indicano incrementi tendenziali nulli per dipendenti PA e sopra la media per il settore privato. Marcello Pacifico (Anief-Confedir): l’ennesimo paradosso è che nell’ultimo ventennio la macchina amministrativa statale si è piegata alla norme privatistiche, ma nelle stesso periodo le buste paga dei dipendenti pubblici si sono sempre più depauperate.

Gli insegnanti e il personale della scuola hanno bisogno di sbloccare il contratto di lavoro e di risorse vere: l’aumento di 80 euro per coloro che ne guadagnano meno di 1.500 al mese, annunciato dal premier Renzi, rappresenta poco più di un ‘obolo’, visto che tra i paesi moderni europei i nostri docenti continuano ad avere lo stipendio più basso dopo la Grecia, con quasi 8mila euro in meno a fine carriera rispetto alla media di tutto il vecchio Continente. Perché mentre si fanno passare questi aumenti come motivo di attenzione per il settore, nel frattempo l’Istat di dice che l’ultimo indice generale delle retribuzioni contrattuali orarie disponibile registra incrementi tendenziali sopra la media nel settore privato (+1,9%) e, in particolare nei settori dell’agricoltura (+3,4%), dell’industria (+2,1%) e dei servizi privati (+1,6%). Mentre in tutti i comparti della pubblica amministrazione (dirigenti e non dirigenti, contrattualizzati e non), si continuano a registrare variazioni nulle.

Confermando l’ormai sempre più consolidata differenza tra stipendi privati e pubblici. Un gap acuito dal blocco stipendiale al personale statale introdotto nel 2010. Che nella scuola ha assunto proporzioni ciclopiche: i dipendenti dell’istruzione sono gli unici della P.A., per effetto dell’art. 9 della Legge 122/2010, ad avere avuto il contratto fermo già a partire dal 2010. E per effetto della Legge di Stabilità, l’indennità di vacanza contrattuale è stata “sospesa” sino al 2017. Con il risultato che i valori stipendiali del personale della scuola, da adeguare all’inflazione, rimangono di fatto fermi addirittura al 2009.

Si tratta di un’ingiustizia colossale. Che ha origine con il D.lgs. 29/1993, trova conferma attraverso il D.lgs. 165/01 e con il più recente D.lgs. 150/09, più noto come riforma Brunetta della PA. Tutti provvedimenti che per mere ragioni di finanza pubblica hanno introdotto la privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego a dispetto di diritti e contratti di comparto. Andando anche a minare seriamente il corretto funzionamento della macchina amministrativa statale e l’adeguato compenso dei suoi dipendenti. L’ultimo atto di questi provvedimenti è stato quello dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, ad agosto 2013, del blocco della contrattazione per il biennio 2013-2014 di tutto il pubblico impiego. Provvedimento confermato poi, a settembre, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 251 del D.P.R. n. 122 del 4 settembre 2013.

Il risultato di questi provvedimenti non potrà che rendere ancora più disastrosa la situazione già ravvisata nell’ultimo ‘Conto annuale’, realizzato dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, dove è riportato che nel 2012 docenti e Ata della scuola hanno percepito in media 29.548 euro annui: un compenso inferiore anche ai dipendenti dei ministeri, delle regioni e delle autonomie locali. E che dal comparto privato si sta sempre più staccando.

“Le modifiche attuate sui contratti del personale statale, in particolare quello scolastico, nell’ultimo ventennio – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – hanno determinato un paradosso: per mere ragioni di finanza pubblica, si sono ereditate le condizioni di lavoro del settore privato, con le nuove norme privatistiche che hanno cambiato l’organizzazione e il funzionamento della macchina amministrativa statale e dei dipendenti, anche in deroga a precise scelte negoziali e diritti non comprimibili. Ma nello stesso periodo gli stipendi sono stati sempre più depauperati. Sino ad essere superati dall’inflazione, come è accaduto nel 2013”.

“Tutto ciò – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – fa ancora più scalpore, dal momento che dal novembre 2012 i magistrati dello Stato hanno riacquistato i loro automatismi di carriera grazie a una sentenza della Consulta, la n. 223/12, che ha dichiarato incostituzionale il blocco previsto dall’articolo 9, comma 21, della legge 122 del 2010. Ma siccome un blocco non può essere incostituzionale solo per alcuni dipendenti, viene da sé che anche la proroga fino a tutto il 2014 è illegittima. Per questo Anief-Confedir continua a organizzare ricorsi in tribunale contro la nuova legge di stabilità”.


A tal proposito, vale la pena ricordare che di recente anche la VII Commissione Istruzione del Senato, nell’esprimere il parere su quella che sino a non molto tempo fa veniva chiamata legge finanziaria, ha invitato le parti coinvolte nella stesura della legge “a porre rimedio alla doppia penalizzazione gravante sul personale della scuola, considerato che il decreto del Presidente della Repubblica 4 settembre 2013, n. 122, per tutto il personale del pubblico impiego autorizza le procedure contrattuali per il biennio 2013-2014 per la sola parte normativa, senza possibilità di recupero per la parte economica, ma che per il solo personale della scuola proroga fino al 31 dicembre 2013 il blocco degli scatti già stabilito per gli anni 2010, 2011 e 2012”.

Sempre secondo la Commissione Istruzione di Palazzo Madama, “bloccando la progressione per anzianità anche per il 2013 si interviene infatti sul contratto vigente, con un prelievo di 300 milioni di euro, che si spostano dalle retribuzioni del personale, già molto basse, verso il contenimento della spesa pubblica. Del resto, su tale doppia penalizzazione prevista solo per il personale della scuola la Commissione aveva già espresso parere negativo nelle prime settimane della legislatura”.

Per approfondimenti:

Confedir-Unadis: Venti anni dalla privatizzazione del pubblico impiego: la dirigenza dello Stato tra riforma, controriforma e prospettive future

Scatti stipendiali: Il Ministero dell’Economia dà disposizioni sull’attuazione del blocco fino a tutto il 2014

 

Per il sindacato l’intenzione del Governo, annunciata dal premier Renzi, non cambierà di molto la posizione dell’Italia in tema di stipendi ai suoi docenti, che ci vede tra gli ultimi posti dell’area Ocde. Marcello Pacifico: se si fosse firmato il contratto, invece ancora bloccato, ne sarebbero arrivati almeno il quadruplo, considerati gli arretrati per gli anni precedenti durante il blocco contrattuale a partire dal 2010. Piuttosto di dare un ‘contentino’ si trovino i soldi per sedersi ai tavoli per il rinnovo e si adegui l'indennità di vacanza contrattuale al costo della vita.

Gli 80 euro in più al mese che il Governo Renzi vorrebbe far arrivare agli stipendi dei dipendenti della scuola, docenti e Ata, che percepiscono meno di 1.500 euro al mese, attraverso un taglio significativo di Irpef e Irap, rappresentano uno sforzo irrisorio che andrebbe a costituire una sorta di incremento minimo sindacale. Lo sostiene l’Anief, dopo aver appreso della volontà del presidente del Consiglio di introdurre l’aumento stipendiale nel prossimo mese di maggio. Questo ‘obolo’, infatti, non cambierà di molto la posizione dell’Italia in tema di stipendi ai suoi docenti, che ci vede tra gli ultimi posti dell’area Ocde.

“Se si fosse firmato il contratto, invece ancora bloccato, – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir - ne sarebbero arrivati almeno il quadruplo, considerati gli arretrati per gli anni precedenti durante il blocco contrattuale a partire dal 2010”.

“Quello che vuole dare il nuovo Esecutivo – continua il sindacalista – rappresenta quindi l’ennesima elemosina nei confronti dei dipendenti pubblici, i cui stipendi sono rimasti sotto tre punti percentuali rispetto all'aumento dell'inflazione. Anzi, quattro punti nella scuola, dove gli aumenti contrattuali disposti dal 2006 fino all'8% dall'ultimo contratto fino al 2009 sono lontani dal 12% sfiorato dall'inflazione nel 2012”.

Anief ricorda anche che a proposito degli scatti stipendiali deve essere ancora trovata la copertura finanziaria. “E meno male – tiene a dire Pacifico - che il piano Cottarelli dopo le denunce dei tagli subiti della scuola negli ultimi anni sembrerebbe risparmiare il comparto dell’istruzione. Anche se fa paura l'idea di far saltare 50.000 posti alle superiori, attraverso l’ipotesi di riduzione di un anno da cui il ministro Stefania Giannini non ha mai preso le distanze”.

“Il problema – conclude il sindacalista – è che il Governo deve smetterla di pensare di dare l'elemosina ai suoi dipendenti. Il diritto agli aumenti contrattuali è scritto nella Costituzione italiana e non è barattabile. Piuttosto di dare un ‘contentino’, si trovino i soldi per sedersi ai tavoli per il rinnovo e si adegui l'indennità di vacanza contrattuale al costo della vita, quando anch'essa sarà bloccata fino al 2017 ai valori del 2009”.

 

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