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Pensioni

Coinvolte alcune decine di migliaia di docenti e Ata. Per accedere la pensione di vecchiaia il requisito anagrafico è giunto a 66 anni e 7 mesi compiuti entro il 31 agosto 2016 ed in questo caso l’uscita dal servizio avverrà d'ufficio; coloro che intendono presentare domanda di pensione anticipata, potranno farlo solo se avranno raggiunto entro il 31 dicembre 2016 (senza arrotondamenti) ben 41 anni e 10 mesi di anzianità contributiva per le donne, e un anno in più, 42 anni e 10 mesi, per gli uomini da possedersi.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): non aver trovato una via d’uscita nemmeno per i 3mila Quota 96, bloccati da un errore marchiano della riforma Fornero, è un esempio clamoroso, al limite dell’assurdo, di come il personale scolastico viene poco considerato dai nostri governanti. Si va verso un turn over sempre più complicato e un’età media sempre più da record. E l’Europa si allontana.

L’ufficio studi Anief ha stimato che gli insegnanti immessi in ruolo quest’anno attraverso la Buona Scuola, rispetto a chi lascia il servizio oggi, andranno a percepire un assegno mensile fortemente decurtato: se un docente che oggi lascia il servizio attorno ai 65 anni percepisce una pensione media di 1.500 euro, chi è stato immesso in ruolo oggi andrà in pensione a 70 anni con 825 euro. 

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): il personale non si rende ancora conto di tutto ciò e di quanto è stato penalizzato a livello previdenziale. Per questo motivo, il nostro sindacato ha programmato una serie di incontri con i lavoratori della scuola: gli esperti dell’Anief forniranno stime realistiche sulle pensioni che gli attali 40enni sono destinati a percepire, prospettando loro le possibili iniziative da intraprendere. Esistono da alcuni anni dei fondi integrativi di settore che rappresentano un’opportunità. La vera soluzione però è quella politica: bisogna sganciare il primo possibile, per via legislativa, il bilancio Inps dalle spese per lo stato sociale che ne assorbono i due terzi.

Anief-Cisal chiede al Governo, prima ancora che all’Inps, di porre le condizioni legislative per rimettere mano alla ultime riforme restrittive e penalizzanti: nel 2030 si potrà accedere alla pensione di vecchiaia solo oltre i 68 anni; dal 2050, i neo-assunti potranno andare in pensione dopo 70 anni o 46 anni e mezzo di contributi. Mentre per accedere all’assegno di quiescenza anticipato bisognerà contare su 44 anni di contributi versati. E tutto accade, mentre in Germania si continua comunque ad andare in pensione dopo 27 anni di contributi.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): urge approvare un patto generazionale che eviti di assegnare ai giovani lavoratori un assegno di quiescenza pari al 40% dell’ultimo stipendio. Non è più accettabile che la nostra classe politica si dimostri abile e celere nel tagliare gli assegni di quiescenza dei cittadini, mentre continui a rimanere restia a ridurre i propri derivanti da leggi anacronistiche. E nemmeno bastano le buone intenzioni di Boeri: la questione va rivista in modo sistematico: bisogna finirla con il destinare i fondi pensionistici alla cassa integrazione in deroga, assegnata quasi sempre a lavoratori privati.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio, la restituzione media a seguito dell’infausta decisione presa nel 2011 dal Governo Monti, sarà appena del 12%. Le cifre reali, su cui si è espressa la Consulta, erano ben altre: ad agosto gli stessi pensionati avrebbero dovuto percepire tra i 3.000 e i 5.400 euro. E quanto restituito sarà pure tassato al 20%, con effetti negativi sull’assegno di quiescenza: le perdite annue raggiungeranno i 1.000 euro.

Cronaca d’un sistema ormai al collasso: da uno studio del sindacato emerge che lo Stato non solo darà indietro ai pensionati una piccola parte di quanto non corrisposto illegittimamente negli anni 2012 e 2013, ma anche che poi recupererà una bella fetta del rimborso attraverso una iper-tassazione.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir-Cisal): il bonus doveva essere distribuito in proporzione a quanto indebitamente trattenuto. Mentre è stata scelta la via dell’assegnazione di un importo una tantum, senza possibilità di consolidare in misura piena gli arretrati non percepiti. E ora ci mancava la beffa. Il sindacato non ha scelta: contro questa doppia penalizzazione dei pensionati ricorrerà in tribunale.

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