Gli effetti negativi della riforma sono tutti sulle spalle della scuola, degli insegnanti, del personale Ata e degli studenti. Per colpa anche dei quei sindacati Confederali che, anziché fare fronte unico contro delle norme invise e illegittime, le hanno inserite nell’ultimo Contratto collettivo sottoscritto all’Aran lo scorso 9 febbraio. L’elenco delle scelleratezze è lungo: dal merito professionale al potenziamento, dal precariato alla mobilità, dalla chiamata diretta all'inclusione. Tutto resta come è scritto nella Buona Scuola, nonostante la sentita protesta di centinaia di migliaia di insegnanti e Ata, mentre gli stipendi sono scollati dell'inflazione per colpa della Legge di Stabilità 2015, anche questa avallata dall'ex premier leader dei dem con tanto di blocco dell'indicizzazione dell'indennità di vacanza contrattuale almeno fino al 2018. Persino il precariato, che con un piano iniziale di 150 mila immissioni in ruolo avrebbe dovuto convertire anche i più scettici, alla lunga si è prima ridimensionato e poi rivelato un ulteriore motivo di discordia. Con il Parlamento che, invece di stabilizzare il personale che ha mandato avanti con professionalità la scuola in uno stato di supplenza perenne, è riuscito nell’impresa di approvare un comma, il 131, che prevede l’espulsione dalla scuola di tutti coloro che hanno superato i 36 mesi di servizio.

Anche per questi motivi, Anief scenderà in piazza il prossimo 23 marzo, nel giorno dello sciopero generale indetto contro una riforma e un contratto a dir poco deludenti, oltre a ribadire un fermo no all'esclusione dei precari dalle GaE, invece da riaprire senza se e senza ma attraverso una soluzione legislativa: è bene che i nuovi onorevoli e senatori del Parlamento sappiano bene che fine ha fatto la nostra istruzione pubblica.

Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Preso atto della sconfitta, che fa seguito a quella sul referendum, il segretario del Pd non poteva fare altro che dimettersi. Solo che dopo 1.500 giorni al timone ha lasciato tante macerie in quella Scuola su cui, a parole, aveva puntato tutto. La decisione di chiamarla “Buona Scuola” era sembrata saggia, ma alle buone intenzioni non hanno fatto seguito i fatti: oggi, quasi per tutti rimane la peggiore riforma che poteva essere approvata. Ma che, comunque, fino a quando non arrivano interventi parlamentari almeno di modifica, sia i dirigenti scolastici sia il personale sono tenuti ad applicare. Ancora di più, dopo che i sindacati Confederali l'hanno recepita nell'ultimo contratto appena siglato.

 

La disfatta elettorale ha lasciato il segno: Matteo Renzi abbandona la segreteria del PD e dall’interno del partito si sono analizzati gli errori compiuti nel corso degli ultimi anni. Ad iniziare dal job acts. Ma a bruciare è stata, soprattutto, la Legge 107/2015, la più contestata riforma della Scuola che il Partito Democratico ha voluto approvare contro tutti e tutto. Pagando il conto alle urne. Solo che i negativi effetti della riforma ora sono tutti sulle spalle della scuola, degli insegnanti, del personale Ata e degli studenti. Per colpa anche dei quei sindacati Confederali che, anziché fare fronte unico contro delle norme invise e illegittime, le hanno inserite nell’ultimo Contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto all’Aran lo scorso 9 febbraio.

L’elenco delle scelleratezze è lungo: dal merito professionale al potenziamento, dal precariato alla mobilità, dalla chiamata diretta all'inclusione. Tutto resta come è scritto nella Buona Scuola, nonostante la sentita protesta di centinaia di migliaia di insegnanti e Ata, mentre gli stipendi sono scollati dell'inflazione per colpa della Legge di Stabilità 2015, anche questa avallata dall'ex premier leader dei dem con tanto di blocco dell'indicizzazione dell'indennità di vacanza contrattuale almeno fino al 2018.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, “preso atto della sconfitta, che fa seguito a quella sul referendum, il segretario del Pd non poteva fare altro che dimettersi. Solo che dopo 1.500 giorni al timone ha lasciato tante macerie in quella Scuola su cui, a parole, aveva puntato tutto. La decisione di chiamarla “Buona Scuola” era sembrata saggia, ma alle buone intenzioni non hanno fatto seguito i fatti: oggi, quasi per tutti rimane la peggiore riforma che poteva essere approvata. Ma che, comunque, fino a quando non arrivano interventi parlamentari almeno di modifica, sia i dirigenti scolastici sia il personale sono tenuti ad applicare. Ancora di più, dopo che i sindacati Confederali l'hanno recepita nell'ultimo contratto appena siglato”.

“Il Ccnl 2016/8 – continua Pacifico - include, infatti, tante disposizioni imposte da quella infausta riforma: ai sensi anche dell'ultima Legge di Stabilità, il merito professionale assegnato dal dirigente diventa norma contrattuale. Con pochi “spiccioli” (4,5 euro), peraltro distribuiti a pioggia, viene normato quanto previsto dal decreto legislativo 150/09, voluto dall’ex ministro Renato Brunetta, tanto osteggiato da quel mondo sindacale che aveva chiamato la scuola alle armi contro una rivoluzione che ha trasformato il docente in “potenziatore” - tappa buchi express e pronto a riscaldare una cattedra a chilometri di distanza e ad abbandonare la sua disciplina - grazie anche al DPR 19/2016. Secondo il contratto di categoria, tutti i docenti sono tenuti a fare potenziamento. E che dire della mobilità dopo un algoritmo impazzito che il Miur continua a tenere segreto? È un altro mistero della Repubblica, con migliaia di trasferimenti sanciti da una roulette russa che sempre i sindacati rappresentativi hanno creato. Grazie anche a diverse fasi che hanno sfasato anche i più puri di cuore”.

Persino il precariato, che con un piano iniziale di 150 mila immissioni in ruolo avrebbe dovuto convertire anche i più scettici, alla lunga si è prima ridimensionato e poi rivelato un ulteriore motivo di discordia. Con il Parlamento che, invece di stabilizzare il personale che ha mandato avanti con professionalità la scuola in uno stato di supplenza perenne, è riuscito nell’impresa di approvare un comma, il 131, che prevede l’espulsione dalla scuola di tutti coloro che hanno superato i 36 mesi di servizio.

Poi, ci si sono messi i sindacati maggiori: anziché difendere la categoria ai tavoli di contrattazione nazionale, all’interno del nuovo sospirato contratto hanno dimenticato che andava applicata la giurisprudenza italiana ed europea sul lavoro a termine e sulla ricostruzione di carriera. Per non parlare della chiamata diretta dei docenti, che neanche i dirigenti scolastici vogliono più adottare perché, ad esempio, se hanno bisogno di un musicista possono selezionare soltanto un culturista. E che dire dell'inclusione degli alunni disabili? Con la revisione delle regole sul sostegno, tutti si chiedono per quale motivo si è deciso di obbligarli a svolgere nuove visite mediche, al fine di certificare la loro disabilità, se poi moltissimi continuano a rimanere privati dell’insegnante in grado di garantire il diritto all'istruzione. 

Anche contro questa cattiva scuola, Anief scenderà in piazza il prossimo 23 marzo, nel giorno dello sciopero generale indetto contro una riforma e un contratto a dir poco deludenti, oltre a ribadire un fermo no all'esclusione dei precari dalle GaE, invece da riaprire senza se e senza ma attraverso una soluzione legislativa: è bene che i nuovi onorevoli e senatori del Parlamento sappiano bene che fine ha fatto la nostra istruzione pubblica.

 

 

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