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PENSIONI - I dipendenti pubblici trattati come “burattini”

Anief-Confedir: mentre alle forze dell’ordine viene concesso ancora di lasciare il servizio in media a 54 anni, ai dipendenti della scuola la Ragioneria dello Stato nega di andare in pensione pur avendone tutti i requisiti. A meno che non siano in sovrannumero: in tal caso la Funzione Pubblica ha appena concesso il via libera. Ma la legge può essere adottata a giorni alterni?

Lo Stato continua a trattare i suoi lavoratori come dei “burattini”: quando i dipendenti pubblici chiedono di andare in pensione avendone tutti i diritti, come i cosiddetti ‘Quota 96’ della scuola, vengono lasciati in servizio perché agganciati impropriamente alla riforma Fornero; quando gli stessi dipendenti sono soprannumerari, invece, avendo i medesimi requisiti vengono collocati in pensione. L’iniqua disposizione è contenuta nella Circolare n. 3 emessa dal Dipartimento della Funzione Pubblica, attraverso la quale il Ministero per la PA invia coattivamente in pensione tutto “il personale in posizione di soprannumero”, nell’anno in corso, in possesso dei requisiti anagrafici e contributivi  da riferire alla normativa precedente all’entrata in vigore della legge Fornero sui pensionamenti n. 214 del 22 dicembre 2011.

Inoltre, per i circa 6mila dipendenti della scuola rimasti “incastrati” a seguito dell’approvazione della legge Fornero arriva un’ulteriore doccia fredda. In attesa che la Commissione Bilancio della Camera esamini il provvedimento di deroga, per la cui attuazione servono circa 170 milioni di euro, è stata resa pubblica la relazione della Ragioneria generale dello Stato: secondo cui, un provvedimento del genere risulterebbe iniquo rispetto agli altri dipendenti della pubblica amministrazione e potrebbe anche far sorgere delle rivendicazioni difficilmente controllabili.

Ma non è finita, perché nelle ultime ore è stato reso pubblico un ulteriore dato che rende ancora più amaro l’obbligo di far rimanere in servizio sino ad almeno 66 anni buona parte dei dipendenti pubblici: i dati ufficiali emessi dall’Inps indicano che nei primi sei mesi del 2013 i corpi di polizia hanno lasciato il servizio in media a 54,8 anni. Ed i militari a 57 anni. Nel contempo, il progressivo progetto di allineamento di tali figure professionali ai nuovi requisiti pensionistici è naufragato: sempre nella riforma Fornero era previsto, infatti, che l’attuale Parlamento approvasse una specifica norma che avrebbe portato i pensionamenti delle forze dell’ordine fino a 62 anni (riducendo gli attuali “scivoli” e le maggiorazioni degli anni di servizio svolto). Le commissioni parlamentari interpellate, tuttavia, hanno già fatto decadere il provvedimento. Con il risultato che militari e poliziotti si ritroveranno ad andare in pensione con anche 15 anni di anticipo rispetto agli altri pubblici dipendenti.

Davvero amaro il commento di Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir: “stiamo ancora una volta assistendo ad un Paese guidato da uno Stato a due facce: se è il dipendente pubblico a chiedere di andare in pensione pur avendo, come nel caso della scuola, raggiunto i requisiti necessari, si alzano dei muri insormontabili;  se invece lo stesso personale risulta senza titolarità, allora quegli stessi muri si frantumano in un batter d’occhio e i dipendenti di troppo vanno addirittura posti in quiescenza coattivamente. La legge – conclude il sindacalista Anief-Confedir - non può essere adottata a giorni alterni, cambiandola a seconda dei comodi di chi ci governa”.