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Precariamente

La Scuola vuol dire Fiducia

Sono giorni difficili per questa repubblica, la gravità della situazione è sotto gli occhi di tutti – anche dell'idraulico di Brescia – i soli a non vederlo sono i gli immigrati rimpatriati dalla Lombardia subito dopo le promesse di concertazione che li hanno convinti a scendere dalle gru, dalle ciminiere, dalle torri: lo Stato vuol dire fiducia.
La parola viene da fidus, fedele, da foedus, patto, ed è all'ordine del giorno in queste settimane, oltre che in in fase pre-elettorale, quando va tanto di moda invocare l'idea di un nuovo patto sociale poi puntualmente tradito.
Eppure i politici parlano di accordo, i giornali parlano di fiducia, ne sono pieni i titoli di questi giorni in cui sembra debba accadere chissà cosa, ma ne è intrisa anche la migliore tradizione pedagogica, quella che ci aiuta ad educare le nuove generazioni a qualcosa che, non solo non esiste più per noi, ma probabilmente non esisterà per loro.
La scuola vuol dire fiducia, nei presupposti e nelle conseguenze dell'azione formativa di cui, malgrado tutto, si fa quotidianamente portatrice sana. Lo dicono gli studenti medi e universitari che ne stanno difendendo a spada tratta le sorti in Italia e in Europa, dove sono mobilitati da oggi a martedì prossimo persino i ragazzi in Erasmus, lo riferiscono i docenti interpellati nella recente indagine della Cisl Scuola intitolata: "La scuola italiana: valori e consapevolezza a servizio dei giovani e del Paese", una ricerca che interroga maestri e professori sui temi più caldi del dibattito sulla riforma: il merito, il cambiamento, lo stato d'animo dei lavoratori, la fiducia nel futuro: Mary Star si deve ancora riprendere. Quando ha letto che la maggioranza degli intervistati considera quel che la scuola sta diventando un marchingegno che toglie anziché offrire, è diventata blu, per non parlare delle altre percentuali rivelate dal dossier-verità che boccia la sua riforma con un voto pari a 3,6. Tagli economici, retribuzioni inadeguate, impopolarità sociale, carenza di strutture e strumenti per una didattica al passo coi tempi rappresentano il lato peggiore di una medaglia che sfolgora di fronte all'aspetto della relazione con gli studenti nella quale l'85% dei docenti si realizza ed entusiasma, nonostante le innumerevoli fonti di insoddisfazione generosamente proposte dal sistema. Il nostro è infatti un Ministero Calimero, alla Sanità e all'Ambiente, stando al Budget dello Stato realizzato dalla Ragioneria Generale, guadagnano più di noi, che siamo le Cenerentole di tutta la pubblica amministrazione.
Peccato che la stessa notizia presentata da Adnkronos suggerica idee del tutto lontane dai desideri della maggioranza dei docenti italiani che sebbene si dica: “[...] soddisfatta del proprio lavoro, orgogliosa di stare in cattedra, sicura delle proprie capacita' e pronta ad essere 'messa sotto esame'” non sarebbe assolutamente disposta, sopratutto per quanto riguarda il precariato, a subire ulteriori e quanto mai ridondanti prove di selezione, tanto per chiarezza, ecco.
I precari hanno già superato tutto il superabile, hanno vinto concorsi e si sono formati ben oltre il necessario per essere trattati indegnamente dai propri responsabili e dai decisori politici che, evidentemente, nessuna fiducia ripongono in loro, mentre è del tutto certo e fuori discussione che quanto alla valutazione dei docenti non hanno proprio nulla da temere. C'è una bella differenza tra la qualità che garantiscono loro e quella offerta nella scuola privata, lo sanno tutti adesso che la lente di ingrandimento delle indagini Pisa Ocse pubblicate negli scorsi giorni evidenzia il j'accuse internazionale rivelando che: “[...]a fare precipitare gli studenti italiani in fondo alle classifiche internazionali sono proprio gli istituti non statali. Senza il loro "contributo", la scuola italiana scalerebbe le tre classifiche Ocse anche di dieci posizioni”.
In netto miglioramento la scuola pubblica italiana che, rispetto al 2006, recupera 20 punti in Lettura, 16 in Scienze e addirittura 24 in Matematica. Le private, nonostante i finanziamenti, invece crollano. L'Ocse, tra gli istituti privati, distingue quelli che "ricevono meno del 50 per cento del loro finanziamento di base (quelli che supportano i servizi d'istruzione di base dell'istituto) dalle agenzie governative" e quelli che ricevono più del 50 per cento. E sono proprio i quindicenni di questi ultimi istituti che fanno registrare performance imbarazzanti: 403 punti in Lettura, contro una media Ocse di 493 punti, che li colloca tra i coetanei montenegrini e quelli tunisini, senza contare che sulla gestione delle risorse umane non vigila praticamente nessuno.
Era un decennio che gli studenti italiani di 15 anni non si classificavano così bene nelle prove sull'acquisizione delle competenze di base – lettura, matematica e scienze – e sei posizioni nella classifica internazionale non sono pochi, soprattutto quando i partecipanti aumentano. C'è chi ha cercato di accaparrarsi un merito che è tutto loro e di chi li segue avendo cominciato ad allenarli ai test da superare, ma in vano. In un mondo dove la fiducia si vende e si compra e dove la società disfa quel che l'educazione compie, è possibile che per una volta vada un grande plauso a chi con fiducia ha investito la propria professionalità e la propria dedizione nelle energie migliori di questo paese? Per quanto mi riguarda, sì. Solo per questo voglio continuare a crederci, ma anche a conquistare quel che alla nostra scuola continua a mancare, perché sia davvero migliore.

 
14/12/2010
Antonietta De Luca
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