Varie

Marcello Pacifico (Anief): è la dimostrazione del fallimento totale della riforma Gelmini. Che per risparmiare fondi ha ridotto ai minimi termini la possibilità ai docenti in servizio negli istituti superiori di primo e secondo grado di fornire la propria disponibilità alla supplenza.

Nelle scuole italiane quando l’insegnante è assente, in 8 casi su 10 la lezione salta. Con gli alunni che rimangono sui banchi senza fare nulla. La denuncia arriva da un’indagine del portale ‘Skuola.net’, che su questo tema ha intervistato circa 1.500 studenti iscritti nelle nostre scuole: “quando il prof di ruolo manca per qualche giorno – spiegano gli autori dello studio - le classi sono spesso lasciate a sé stesse, e circa l’80% dei ragazzi non fa lezione, anche quando un altro docente presenzia in aula. Durante l’ora di buco, 1 studente su 3 dichiara che la classe rimane scoperta senza alcun tipo di sorveglianza”.

Anief si chiede come si fa a parlare di rilancio della scuola italiana, come fanno di continuo alti esponenti del nostro Governo e il Ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, quando nei nostri istituti esistono ancora questo genere di realtà. Figlie della convinzione che la scuola rappresenti uno spreco di risorse. Così ne sono state tagliate tante. E per giustificarle sono state approvate nuove norme: come quella che prevede, se si eccettua la scuola dell’infanzia e la primaria, dove è possibile assumere un supplente anche per un solo giorno, che negli istituti frequentati da alunni delle medie e superiori il ricorso alla convocazione di un nuovo docente deve rappresentare una necessità estrema. Non di certo la regola.

Il risultato è che siamo arrivati al punto, come evidenza l’indagine di ‘Skuola.net’, che non ci si alternative valide per assegnare un docente nuovo e sostituire in tal modo il collega che si assenti uno o comunque pochi giorni. Basta dire che per queste emergenze, purtroppo quasi all’ordine del giorno, mediamente una scuola pubblica italiana percepisce annualmente un forfait che non supera i 2 mila o i 3 mila euro.

Considerando che un’ora di supplenze nella scuola pubblica viene compensata con 35 euro, è evidente che si tratta di un budget a dir poco risibile: utile a ‘coprire’ neanche cento ore di sostituzioni. In termini pratici, significa che se i finanziamenti del Miur-Mef venissero utilizzati ogni volta che si rendesse necessario, quindi ogni volta che mancasse un docente dell’istituto, già prima della pausa natalizia di ogni anno scolastico gli istituti avrebbero estinto l’intero finanziamento ministeriale. Lasciando gli studenti privi di sostituto per i restanti sei mesi, ogni qualvolta si assenti il titolare dell’insegnamento per un numero ridotto di giorni. L’unica soluzione per i dirigenti scolastici, a quel punto, sarebbe quella di convocare un nuovo insegnante. Ma soprattutto per motivi burocratici tale possibilità viene praticata, almeno nelle scuole medie e superiori, solo in rari casi.

“Questo stato di cose – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – non fa altro che avallare quanto il nostro sindacato sostiene da tempo: il fallimento della riforma Gelmini. Perché prima delle nuove disposizioni ministeriali, introdotte a partire dalla madre di tutte le leggi che hanno portato tagli alla scuola, la 133 del 2008 voluta dall’ex ministro dell’Istruzione su pressioni dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ogni insegnante collocava nell’orario scolastico alcune ore a settimana proprio per sopperire a queste necessità”.

“Non bisogna essere dei profeti per dire che ripristinando quel modello organizzativo, dando di nuovo la possibilità a tutti i docenti in servizio nella scuola di apporre le proprie disponibilità alla supplenza, potremmo parlare di valida soluzione del problema. Solo che servono fondi. Mentre la storia degli ultimi anni – conclude Pacifico – ha dimostrato che ai nostri governanti interessa solo sottrarli. E non portarli sui banchi per valorizzare che vi si siede”.

 

Spariranno anche 14 cattedre in Abruzzo, 58 in Basilicata, 183 in Calabria, 387 in Campania, 33 in Molise, 340 in Puglia, 27 in Sardegna. Tranne l’Umbria, dove vi sarà un decremento di appena 11 posti, tutte le altre regioni del Centro-Nord avranno invece un numero maggiore di docenti. Marcello Pacifico (presidente Anief): basta con la costituzione degli organici dei docenti avendo come riferimento solo i numeri degli iscritti, le scuole non sono fabbriche dove si costruiscono robot. Meridione e Isole avrebbero bisogno di più docenti e risorse, perché presentano tassi di dispersione altissimi.

Al di là degli annunci-spot del premier Renzi e del Ministro Giannini, che non perdono giorno per dire che la scuola uno dei settori principali su cui il Governo intende investire perché è da lì che bisogna rilanciare l’Italia, la svolta nel settore dell’istruzione pubblica ancora non c’è stata: il prossimo anno scolastico gli studenti iscritti saranno ben 33.997 in più di quello attuale. Tuttavia, per effetto del blocco all’organico di diritto previsto dalla Legge n. 122/2102, il numero degli insegnanti sarà sempre lo stesso: 600.839. Ora si scopre che in alcune zone d’Italia saranno anche di meno: in Sicilia, ad esempio, si perderanno più di 500 insegnanti, mentre in Lombardia ve ne saranno 420 in più. L’anticipazione giunge in queste ore dalla rivista specializzata ‘Orizzonte Scuola’, che ha pubblicato un quadro riassuntivo, suddiviso per regioni e ordine di scuola, sugli organici degli insegnanti 2014/15 messi a confronto con quelli dell’anno in corso.

La rivista ha rilevato che “come nel gioco delle tre carte, poiché gli organici non possono essere modificati e gli alunni in talune regioni aumentano, spostiamo cattedre da una regione all'altra. A saldo invariato”. Ma se il totale rimane immutato, c’è comunque chi guadagna. E, inevitabilmente, chi perde. Peccato che a perdere insegnanti saranno solo le regioni del Sud: nel prossimo anno scolastico si perderanno 14 cattedre in Abruzzo, 58 in Basilicata, 183 in Calabria, 387 in Campania, 33 in Molise, 340 in Puglia, 27 in Sardegna, 504 in Sicilia. Tranne l’Umbria, che perderà comunque appena 11 posti, tutte le altre regioni del Centro-Nord avranno invece un numero maggiore di docenti.

L’associazione sindacale Anief ritiene iniqua e pericolosa questa politica avviata dal Miur da almeno sette anni: scorrendo gli ultimi dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato, si è scopre infatti che tra il 2007 e il 2012 il personale della scuola ha perso oltre 124 mila posti (facendo registrare un -10,9%): da 1.137.619 unità di personale si è passati a poco più di un milione. Con gran parte di questi posti persi che appartengono al corpo docente. Anche se il numero di alunni tra il 2009 e il 2012 è aumentato di 90.990 unità, quello degli insegnanti si è ridotto del 9% passando “da 843 mila a 766 mila: una riduzione – ha rilevato di recente la Fondazione Agnelli - che ha toccato in eguale misura tutti i gradi scolastici, con l’eccezione della scuola dell’infanzia, e ha riguardato in modo più vistoso i docenti con un contratto a tempo determinato (-25%), mentre quelli di ruolo sono scesi del 6%”.

Sempre dal rapporto della Fondazione Agnelli è emerso che, soprattutto a seguito delle “misure volute dai ministri Gelmini e Tremonti con la legge 133/2008”, sono state riscontrate “importanti differenze regionali, con province del Sud, dove la popolazione studentesca è in forte calo, che hanno registrato diminuzioni dei docenti di ruolo fino al 18%”. I tagli maggiori al corpo docente di ruolo hanno riguardato tutte province del Sud: Frosinone, Matera, Avellino, Messina, Catanzaro, Cosenza, Potenza, Nuoro, Reggio Calabria e Isernia.

Inoltre, scorrendo l’ultimo rapporto territoriale Abi–Censis, realizzato su dati Istat, si scopre che l’area dove lo “squilibrio socio-economico” è maggiore è quella del Mezzogiorno. E lo stesso, tranne rare eccezioni, vale per quelle che hanno il più “basso tenore di crescita” a livello di “potenzialità rurale” o che sono “a rischio involuzione”. Mentre i territori dove c’è maggiore possibilità di crescita e sviluppo sono quelli del Nord, in particolare il Friuli, il Trentino, il Veneto, la Lombardia e il Piemonte. Con il settentrione che fa quindi “da traino”.

Il problema è che si stanno sottraendo docenti proprio dove ce ne sarebbe più bisogno: se si consulta il Focus del Miur sulla “dispersione scolastica”, si scopre che le zone dove gli alunni iscritti, sia nella scuola di primo che di secondo grado, presentano un “maggior rischio di abbandono” scolastico prima dei 16 anni sono ancora una volta Sud e Isole: Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise e Abruzzo. E, per chiudere il cerchio, Anief-Confedir ha rilevato, attraverso un apposito dossier sul fenomeno dei Neet, che complessivamente in Italia vi sono 2 milioni 250 mila giovani tra i 15 e i 29 anni, 23,9% di quella fascia d’età: il numero di gran lunga maggiore di giovani che non lavorano e non studiano è radicato sempre Sud. Con zone dove riguarda ormai un giovane su due.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, “sugli organici degli insegnanti ancora un volta si è persa un'occasione per combattere l’altissima dispersione e abbandono scolastico al Sud. Dove, si continuano a perdere alunni e cattedre in misura doppia, a volte tripla, rispetto alle indicazioni dell’Unione Europea. È tutto dire che il Cnel, elaborando dei dati Istat, ha denunciato che se in Italia il ciclo formativo si interrompe già molto presto, il 18,2% dei giovani con meno di 16 anni rispetto al 12,3% della media europea, al Sud, in particolare in Sicilia, Sardegna e Campania, un giovane su quattro lascia precocemente gli studi. Esemplare quanto accade in alcune province, come quella di Napoli, dove negli istituti tecnici la percentuali di studenti che risultano dispersi nel quinquennio supera il 45%. E il Ministero che fa? Riduce il corpo insegnante: è incredibile”.

Tutti questi dati dimostrano che gli attuali criteri sulla formazione dell’organico dei docenti, derivanti dal D.P.R. 81 del 2009, con gruppi-classi che possono raggiungere 27-28 alunni, non possono essere adottati nelle aree disagiate e a rischio. Per il Sud, in particolare laddove il disagio socio-economico è maggiore, occorre introdurre degli organici con parametri diversificati rispetto alle altre aree del Paese. E per questo occorre prevedere delle risorse aggiuntive, ad iniziare da un diverso rapporto docenti-studenti, facendo così cadere l’unicità degli organici e della formazione delle classi.

“Bisogna finirla con la costituzione degli organici dei docenti avendo come riferimento solo i numeri degli iscritti”, ricorda Pacifico. “Perché le istituzioni scolastiche non sono fabbriche dove si costruiscono robot: non si può pensare di comparare i giovani che studiano a degli operai. Anche la più recente giurisprudenza sul dimensionamento scolastico, che tanto per cambiare ha penalizzato il Sud, ha confermato questa linea: il numero di scuole e di alunni va rapportato alle esigenze territoriali, tanto è vero che la competenza rimane esclusiva degli enti locali. A fronte, del resto, di un maggior tasso di abbandono scolastico, di Neet e di flussi migratori particolarmente accentuati, è evidente – conclude il rappresentante Anief-Confedir - che va ripensata la modalità di costituzione del servizio formativo pubblico”.

Per approfondimenti:

Al Sud in 5 anni sparito il 15% di insegnanti di ruolo: così si spiega il boom di abbandoni e disoccupazione

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Cresce gap Sud-Nord: nel Meridione record abbandoni, competenze in calo, pochi diplomati

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Abbandoni, l’Italia tra le peggiori 5 d’Europa: lascia i banchi troppo presto il 17,6% di alunni

Rapporto AlmaDiploma sulla condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria superiore ad uno, tre e cinque anni dal diploma

Servizio statistico Miur: Focus ‘La dispersione scolastica’ (2013)

Fondazione Agnelli: la scuola ha già dato molto

Abi-Censis: Territorio, banca, sviluppo - I sistemi territoriali dentro e oltre la crisi

E li chiamano Neet: dossier Anief-Confedir sull’evoluzione del quadro formativo e occupazionale dell’ultimo decennio

 

Spariranno anche 14 cattedre in Abruzzo, 58 in Basilicata, 183 in Calabria, 387 in Campania, 33 in Molise, 340 in Puglia, 27 in Sardegna. Tranne l’Umbria, dove vi sarà un decremento di appena 11 posti, tutte le altre regioni del Centro-Nord avranno invece un numero maggiore di docenti. Marcello Pacifico (presidente Anief): basta con la costituzione degli organici dei docenti avendo come riferimento solo i numeri degli iscritti, le scuole non sono fabbriche dove si costruiscono robot. Meridione e Isole avrebbero bisogno di più docenti e risorse, perché presentano tassi di dispersione altissimi.

Al di là degli annunci-spot del premier Renzi e del Ministro Giannini, che non perdono giorno per dire che la scuola uno dei settori principali su cui il Governo intende investire perché è da lì che bisogna rilanciare l’Italia, la svolta nel settore dell’istruzione pubblica ancora non c’è stata: il prossimo anno scolastico gli studenti iscritti saranno ben 33.997 in più di quello attuale. Tuttavia, per effetto del blocco all’organico di diritto previsto dalla Legge n. 122/2102, il numero degli insegnanti sarà sempre lo stesso: 600.839. Ora si scopre che in alcune zone d’Italia saranno anche di meno: in Sicilia, ad esempio, si perderanno più di 500 insegnanti, mentre in Lombardia ve ne saranno 420 in più. L’anticipazione giunge in queste ore dalla rivista specializzata ‘Orizzonte Scuola’, che ha pubblicato un quadro riassuntivo, suddiviso per regioni e ordine di scuola, sugli organici degli insegnanti 2014/15 messi a confronto con quelli dell’anno in corso.

La rivista ha rilevato che “come nel gioco delle tre carte, poiché gli organici non possono essere modificati e gli alunni in talune regioni aumentano, spostiamo cattedre da una regione all'altra. A saldo invariato”. Ma se il totale rimane immutato, c’è comunque chi guadagna. E, inevitabilmente, chi perde. Peccato che a perdere insegnanti saranno solo le regioni del Sud: nel prossimo anno scolastico si perderanno 14 cattedre in Abruzzo, 58 in Basilicata, 183 in Calabria, 387 in Campania, 33 in Molise, 340 in Puglia, 27 in Sardegna, 504 in Sicilia. Tranne l’Umbria, che perderà comunque appena 11 posti, tutte le altre regioni del Centro-Nord avranno invece un numero maggiore di docenti.

L’associazione sindacale Anief ritiene iniqua e pericolosa questa politica avviata dal Miur da almeno sette anni: scorrendo gli ultimi dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato, si è scopre infatti che tra il 2007 e il 2012 il personale della scuola ha perso oltre 124 mila posti (facendo registrare un -10,9%): da 1.137.619 unità di personale si è passati a poco più di un milione. Con gran parte di questi posti persi che appartengono al corpo docente. Anche se il numero di alunni tra il 2009 e il 2012 è aumentato di 90.990 unità, quello degli insegnanti si è ridotto del 9% passando “da 843 mila a 766 mila: una riduzione – ha rilevato di recente la Fondazione Agnelli - che ha toccato in eguale misura tutti i gradi scolastici, con l’eccezione della scuola dell’infanzia, e ha riguardato in modo più vistoso i docenti con un contratto a tempo determinato (-25%), mentre quelli di ruolo sono scesi del 6%”.

Sempre dal rapporto della Fondazione Agnelli è emerso che, soprattutto a seguito delle “misure volute dai ministri Gelmini e Tremonti con la legge 133/2008”, sono state riscontrate “importanti differenze regionali, con province del Sud, dove la popolazione studentesca è in forte calo, che hanno registrato diminuzioni dei docenti di ruolo fino al 18%”. I tagli maggiori al corpo docente di ruolo hanno riguardato tutte province del Sud: Frosinone, Matera, Avellino, Messina, Catanzaro, Cosenza, Potenza, Nuoro, Reggio Calabria e Isernia.

Inoltre, scorrendo l’ultimo rapporto territoriale Abi–Censis, realizzato su dati Istat, si scopre che l’area dove lo “squilibrio socio-economico” è maggiore è quella del Mezzogiorno. E lo stesso, tranne rare eccezioni, vale per quelle che hanno il più “basso tenore di crescita” a livello di “potenzialità rurale” o che sono “a rischio involuzione”. Mentre i territori dove c’è maggiore possibilità di crescita e sviluppo sono quelli del Nord, in particolare il Friuli, il Trentino, il Veneto, la Lombardia e il Piemonte. Con il settentrione che fa quindi “da traino”.

Il problema è che si stanno sottraendo docenti proprio dove ce ne sarebbe più bisogno: se si consulta il Focus del Miur sulla “dispersione scolastica”, si scopre che le zone dove gli alunni iscritti, sia nella scuola di primo che di secondo grado, presentano un “maggior rischio di abbandono” scolastico prima dei 16 anni sono ancora una volta Sud e Isole: Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise e Abruzzo. E, per chiudere il cerchio, Anief-Confedir ha rilevato, attraverso un apposito dossier sul fenomeno dei Neet, che complessivamente in Italia vi sono 2 milioni 250 mila giovani tra i 15 e i 29 anni, 23,9% di quella fascia d’età: il numero di gran lunga maggiore di giovani che non lavorano e non studiano è radicato sempre Sud. Con zone dove riguarda ormai un giovane su due.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, “sugli organici degli insegnanti ancora un volta si è persa un'occasione per combattere l’altissima dispersione e abbandono scolastico al Sud. Dove, si continuano a perdere alunni e cattedre in misura doppia, a volte tripla, rispetto alle indicazioni dell’Unione Europea. È tutto dire che il Cnel, elaborando dei dati Istat, ha denunciato che se in Italia il ciclo formativo si interrompe già molto presto, il 18,2% dei giovani con meno di 16 anni rispetto al 12,3% della media europea, al Sud, in particolare in Sicilia, Sardegna e Campania, un giovane su quattro lascia precocemente gli studi. Esemplare quanto accade in alcune province, come quella di Napoli, dove negli istituti tecnici la percentuali di studenti che risultano dispersi nel quinquennio supera il 45%. E il Ministero che fa? Riduce il corpo insegnante: è incredibile”.

Tutti questi dati dimostrano che gli attuali criteri sulla formazione dell’organico dei docenti, derivanti dal D.P.R. 81 del 2009, con gruppi-classi che possono raggiungere 27-28 alunni, non possono essere adottati nelle aree disagiate e a rischio. Per il Sud, in particolare laddove il disagio socio-economico è maggiore, occorre introdurre degli organici con parametri diversificati rispetto alle altre aree del Paese. E per questo occorre prevedere delle risorse aggiuntive, ad iniziare da un diverso rapporto docenti-studenti, facendo così cadere l’unicità degli organici e della formazione delle classi.

“Bisogna finirla con la costituzione degli organici dei docenti avendo come riferimento solo i numeri degli iscritti”, ricorda Pacifico. “Perché le istituzioni scolastiche non sono fabbriche dove si costruiscono robot: non si può pensare di comparare i giovani che studiano a degli operai. Anche la più recente giurisprudenza sul dimensionamento scolastico, che tanto per cambiare ha penalizzato il Sud, ha confermato questa linea: il numero di scuole e di alunni va rapportato alle esigenze territoriali, tanto è vero che la competenza rimane esclusiva degli enti locali. A fronte, del resto, di un maggior tasso di abbandono scolastico, di Neet e di flussi migratori particolarmente accentuati, è evidente – conclude il rappresentante Anief-Confedir - che va ripensata la modalità di costituzione del servizio formativo pubblico”.

Per approfondimenti:

Al Sud in 5 anni sparito il 15% di insegnanti di ruolo: così si spiega il boom di abbandoni e disoccupazione

I dati Ocse confermano l’abbandono del Sud

Cresce gap Sud-Nord: nel Meridione record abbandoni, competenze in calo, pochi diplomati

Abituiamoci alle classi pollaio: da settembre +34 mila alunni, ma il numero dei docenti è in caduta libera

Abbandoni, l’Italia tra le peggiori 5 d’Europa: lascia i banchi troppo presto il 17,6% di alunni

Rapporto AlmaDiploma sulla condizione occupazionale e formativa dei diplomati di scuola secondaria superiore ad uno, tre e cinque anni dal diploma

Servizio statistico Miur: Focus ‘La dispersione scolastica’ (2013)

Fondazione Agnelli: la scuola ha già dato molto

Abi-Censis: Territorio, banca, sviluppo - I sistemi territoriali dentro e oltre la crisi

E li chiamano Neet: dossier Anief-Confedir sull’evoluzione del quadro formativo e occupazionale dell’ultimo decennio

 

Anief reputa inappropriato l’invito rivolto dal Ministro dell’Istruzione ai sindacati a non salvaguardare più il minimo stipendiale per tutti: ma lo sa che il blocco del contratto, lo stop and go sugli scatti, la sospensione dell’assegno di vacanza contrattuale hanno posizionato lo stipendio degli insegnanti addirittura 4 punti percentuali sotto l’inflazione? Lo sa come si fa a vivere con neanche 1.300 euro al mese?

Anziché perdere tempo a ricordare ai sindacati, come ha fatto oggi, che non devono più “salvaguardare il minimo garantito per tutti”, ma impegnarsi per valorizzare solo “chi lavora meglio”, il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini farebbe bene ad andare a leggersi quanto guadagna nel 2014 un insegnante della scuola pubblica italiana: in media non arriva a 1.300 euro, meno di un operaio. Il blocco del contratto, lo stop and go sugli scatti, la sospensione dell’assegno di vacanza contrattuale hanno infatti posizionato lo stipendio degli insegnanti addirittura 4 punti percentuali sotto il livello dell’inflazione.

Il Ministro Giannini forse non sa, o fa finta di non sapere, che in Europa i docenti percepiscono lo stipendio più basso dopo la Grecia, con quasi 8mila euro in meno a fine carriera rispetto alla media di tutto il vecchio Continente. E sono maltrattati anche rispetto agli dipendenti pubblici: dall’ultimo ‘Conto annuale’, realizzato dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato risulta che il personale scolastico è posizionato un punto percentuale rispetto alla media degli altri comparti della PA.

Comparti che, ricordiamo sempre al Ministro, sono già in grave ritardo rispetto alla crescita dell’inflazione: mentre il premier Renzi promette ‘oboli’ da 80 euro per mezzo milione di docenti e gli Ata che percepiscono meno di 1.500 euro al mese, l’Istat emette un indice generale delle retribuzioni contrattuali orarie disponibile con incrementi tendenziali sopra la media solo per il settore privato (+1,9%), in particolare nei settori dell’agricoltura (+3,4%), dell’industria (+2,1%) e dei servizi privati (+1,6%). Mentre in tutti i comparti della pubblica amministrazione si continuano a registrare variazioni nulle.

L’Anief può essere anche d’accordo con il Ministro Giannini quando dice che occorre "valorizzare le singole persone", ma prima di questa operazione c’è da attuare un’opera di allineamento dello stipendio del personale scolastico al costo reale della vita. “La nostra Costituzione – ricorda Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – prevede il lavoro come fondamento del Paese: pertanto, le istituzioni e la politica devono garantire uno stipendio dignitoso. Trovando le risorse adeguate: il prossimo rinnovo contrattuale del comparto Scuola diventa quindi il banco di prova per capire se questo Esecutivo è in grado di fornire tale prerogativa. Se il Ministro non lo comprende o non è d’accordo, allora faccia pure un passo indietro”.

Per approfondimenti:

Gap stipendio rispetto ai privati sempre maggiore: non servono ‘oboli’ ma lo sblocco del contratto

Scatti stipendiali: ha fatto bene il Governo ma ora trovi 2.600 euro di arretrati a dipendente

 

Solo il 6,6% tra i 25 ed i 64 anni di età è oggi coinvolto nella formazione. Eppure il Regolamento, varato più di un anno fa, prevede la messa a regime immediata delle nuove strutture. Per dare una risposta a milioni di cittadini deprivati culturalmente e senza occupazione. Oltre che per favorire le esigenze di riqualificazione professionale, l'alfabetizzazione linguistica degli stranieri e la formazione nelle carceri.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): è paradossale che i Cpia non siano presenti in realtà svantaggiate. Clamorosa l’assenza nel territorio campano, dove imperversano disoccupazione, Neet e dispersione scolastica. Nell’era della formazione permanente, in Italia mancano ancora alternative all’istruzione tradizionale.

In Italia l’educazione per gli adulti è lontana dal compiersi. Ma quel che è più grave è che latita nelle regioni dove vi sarebbe più bisogno. Come in Sicilia, dove il numero di disoccupati e di cittadini che hanno lasciato i banchi prima del tempo è sopra il livello di guardia, ma al contrario di quel che sostiene il regolamento nazionale, approvato oltre un anno fa, non è stato ancora attivato un centro di formazione per adulti. In Italia appena il 6,6% degli adulti tra i 25 ed i 64 anni ne usufruisce. È una vera miseria, basta ricordare che in Spagna gli adulti che seguono un corso di studi sono il 10,7%.

Il quadro nazionale è davvero desolante: da una ricerca realizzata dall’Anief sulle scuole tagliate negli ultimi due anni è emerso che nel nostro paese ogni Regione potrebbe contare in media su 7 Centri territoriali permanenti, per un totale di 144 Cpia complessivi. Ma la distribuzione è tutt’altro che omogenea: Il valore più alto degli adulti che studiano si riscontra al Centro (7,6%) e quello più basso al Sud (5,7%). Oltre alla Campania, ci sono anche Molise, Umbria e Veneto a non poter contare nemmeno su un centro formativo per adulti. Eppure la Campania è la Regione dove nel 2011 su 100 persone da 20 a 64 anni residenti neppure 43 lavoravano. E sempre in Campania, dati Istat fine 2013, sono concentrati tantissimi Neet: i giovani che non seguono percorsi formativi e non lavorano hanno raggiunto il 35,4%. I non occupati sono quasi 700mila, di cui 225mila di età compresa tra i 15 e i 24 anni. Mentre, paradossalmente, in Lombardia, dove la presenza di Neet è decisamente più bassa (16,2%), sono stati attivati ben 20 Centri territoriali permanenti.

“Si tratta di una contraddizione davvero inspiegabile – dice Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir –, un paradosso tutto italiano sul fronte dell’istruzione e del lavoro giovanile: come si fa a non attivare nemmeno un centro per la formazione degli adulti proprio in Campania, dove abbondano disoccupati e Neet? E dove i diplomati, ci ha detto l’Istat, sono appena il 47%, contro una media nazionale di 9 punti percentuali superiore, addirittura quasi 20 punti in meno rispetto a Lazio, Umbria e la provincia di Trento, dove a concludere con successo le superiori sono il 65% dei giovani?

“E, ancora, come si fa a lasciare al loro destino quel 22 per cento di giovani che escono prematuramente dal sistema scolastico campano? La realtà è che mentre si continua a parlare di istruzione permanente, in Italia nel 2014 ancora non esiste un’alternativa ai canali formativi tradizionali. Eppure le norme esistono e – conclude il sindacalista Anief-Confedir – i numeri indicano chiaramente che il successo formativo è legato a doppio filo con quello professionale-occupazionale”.

È significativo che nel 2010 in Europa il 39% dei Neet tra i 25 e i 29 anni aveva un modesto livello di istruzione (licenza media), il 44% una formazione di secondo livello (diploma di maturità), e solo il 17% una formazione di livello terziario (laurea). Un dato che conferma, se ve ne era ancora bisogno, che il livello formativo conseguito incide pesantemente sull’occupazione dei giovani. Solo i nostri governanti non sembrano accorgersene. A costo di disapplicare la legge.

Perché lo scorso anno, il 25 febbraio 2013, sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 47/2013 gli 11 articoli del D.P.R. 263/2012 contenenti il Regolamento sul funzionamento dei “Centri provinciali per l'istruzione degli adulti”, al fine di introdurre “le norme generali per la graduale ridefinizione, a partire dall'anno scolastico 2013-2014 e comunque entro” il “2014-2015”, specificatamente per la definizione del loro “assetto organizzativo e didattico”.

Nello D.P.R. 263/12 è stata prevista l’attivazione di “un comitato di verifica tecnico-finanziaria composto da rappresentanti del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e del Ministero dell'economia e delle finanze, con lo scopo di monitorare il processo attuativo” dell’introduzione degli stessi Cpia. Questo organismo di esperti, presieduto dal professor Tullio De Mauro e nominato dagli ex ministri Carrozza e Giovannini, rispettivamente dell’Istruzione e del Lavoro, ha affrontato la problematica, giungendo anche a formulare delle ipotesi di intervento.

Come lo sviluppo delle università della terza età, ma soprattutto l’attivazione di luoghi dell'apprendimento culturale collettivo all’interno delle scuole ("Fabbriche della Cultura" sul modello “olivettiano”) aperti anche il pomeriggio e il sabato per favorire nuove iniziative di learning by doing, accogliere corsi e seminari di aggiornamento, agevolare l'accesso alle biblioteche scolastiche, introducendo anche una piattaforma di networking.

L’obiettivo primario di questo progetto sarebbe stato quello di far conseguire dei titoli di studio di primo e di secondo livello, attraverso dei patti formativi individuali, in grado di valorizzare le competenze già acquisite e di conciliare i tempi del lavoro e della famiglia. Con i centri per adulti che sarebbero dovuti diventare una risposta concreta per centinaia di migliaia di Neet. Ma anche per la riqualificazione professionale di chi ha perso lavoro, un luogo in cui favorire l'alfabetizzazione linguistica per gli stranieri e la formazione nelle carceri, rispondendo ad un bisogno diffuso di coesione sociale.

A distanza di oltre un anno dall’approvazione del regolamento che ha disciplinato l’educazione degli adulti, però, dei decreti attuativi del regolamento non vi è traccia. Tanto è vero che la stampa specializzata ha ravvisato che in Italia il numero di adulti che si formano “è molto debole, coinvolgendo solo il 6,6% del potenziale pubblico”: appena 144 centri per adulti, seppure 45 in più di due anni prima, appaiono davvero pochi. Ed è ancora più grave che risultino ancora tutti privi di dirigenza scolastica. Il messaggio è chiaro: ancora una volta l’educazione per gli adulti deve attendere tempi migliori.

Per approfondimenti:

ISTAT - Giovani che non lavorano e non studiano (2013)

Il Regolamento sui Centri di formazione per gli adulti: D.P.R. 263/12