Varie

Le scuole in seria difficoltà, a causa del taglio ulteriore del Mof per coprire la spesa degli scatti di anzianità del personale: le cronache di questi giorni raccontano che le attività sportive, progettuali e culturali degli istituti risultano sempre più rare. I docenti arrivano a fare volontariato. E gli alunni arrivano a vestire i panni degli insegnanti per fare i corsi di recupero. Non si fa più sport pomeridiano e le gite diventano una rarità.

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): decurtare l’offerta formativa significa affossare le scuole, danneggiando sia gli studenti che rimangono indietro, cui viene negata la didattica di rinforzo, sia quelli più bravi, costretti a svolgere attività alternative in orario curricolare. I fondi alle scuole, come gli aumenti in busta paga, non si toccano.

Nelle scuole italiane la riduzione del Mof, il fondo per il miglioramento dell’offerta formativa attraverso cui il Governo vorrebbe pagare gli scatti di anzianità al personale, sta già producendo i primi danni visibili: dall’inizio del 2014, ogni giorno il sindacato viene a conoscenza di casi di istituti scolastici che lamentano la scarsità di finanziamenti e la conseguente limitazione delle attività ad integrazione della didattica. A Treviso, a causa dei “contributi dimezzati”, sta accadendo che “dopo le attività sportive pomeridiane, rischiano di saltare anche le gite”. A Bologna, addirittura, ci sono istituti dove i corsi di recupero sono tenuti dagli alunni più bravi oppure dagli studenti universitari.

Ma una delle situazioni più paradossali si sta vivendo a Firenze, dove le scuole sono sempre più “aggrappate” ai contributi delle famiglie, che arrivano anche a 160 euro l’anno. E siccome in media solo la metà dei genitori versa la quota facoltativa, i dirigenti scolastici stanno protestando contro di loro: perché se neanche le famiglie collaborano, versando le quote richieste, si rischia di “privare i ragazzi di importanti opportunità”. Sempre nel capoluogo toscani, “i dirigenti scolastici, insieme a studenti e famiglie, sono chiamati sempre più spesso a fare scelte dolorose: vale a dire decidere quale dei corsi attivati va cancellato. Spariscono quindi corsi di teatro, di fotografia, corsi di lingua, di recupero, progetti di valenza sociale come quelli sul bullismo e la dislessia”.

In effetti, negare alle scuole almeno 300 milioni di euro del Mof, come accadrà quest’anno per coprire un diritto del personale, gli scatti automatici in busta paga, significa in larga parte andare a tagliare risorse dal Fondo d’Istituto: un “tesoretto” con cui ogni scuola può, autonomamente sulla base delle indicazioni dl Consiglio d’Istituto e del Collegio dei Docenti, retribuire le attività definite dall'articolo 88 del contratto collettivo nazionale. Come il particolare impegno professionale dei docenti "in aula" per le innovazioni, la ricerca e la flessibilità organizzativa e didattica; le attività aggiuntive di insegnamento per l’arricchimento e la personalizzazione dell’offerta formativa; le ore prestate dai docenti della secondaria superiore per l'attuazione dei corsi di recupero per gli alunni con debito formativo.

Inoltre, sempre con il Fis, gli istituti finanziano una lunga serie di attività, sempre funzionali all'insegnamento, che vanno dalla progettazione e produzione di materiali utili alla didattica alle ore eccedenti le 40 annue massime previste; dalle prestazioni aggiuntive del personale Ata svolte oltre l'orario d'obbligo o per l'intensificazione del lavoro al pagamento extra di due docenti collaboratori del dirigente scolastico; dalle indennità di turno notturno e festivo a quelle per il bilinguismo e trilinguismo; dal compenso spettante al personale che sostituisce il Dsga alla quota variabile dell’indennità di direzione spettante allo stesso direttore dei servizi generali ed amministrativi. Sino ad ogni altra attività deliberata dal consiglio di istituto nell'ambito del Pof. Oltre che gli impegni dei docenti connessi alla valutazione degli alunni e le ore aggiuntive dei docenti tutor degli studenti universitari impegnati nei tirocini.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, “se non ci si ferma con la politica all’insegna del risparmio ad oltranza, che danneggia personale scolastico e utenti, alunni e famiglie, la scuola italiana è destinata sempre più ad arretrare la sua influenza formativa. È evidente che il Mof non può essere toccato: è un capitolo di spesa che va fatto confluire per intero agli istituti, senza il quale le attività formative vanno in affanno”.

“Non è un caso – continua il sindacalista Anief-Confedir – che sono sempre più gli istituti a dover ricorrere a recuperi scolastici ‘in itinere’, con la didattica bloccata per settimane intere e i docenti impegnati nelle attività di rinforzo e di ripetizione, anziché in orario pomeridiano, nelle ore normalmente dedicate alla didattica ordinaria. Per i dirigenti diventa una necessità, perché è l’unico modo per avviare i recuperi senza pagare i docenti. Solo che a pagare, alla fine, sono tutti gli alunni. Quelli in ritardo, cui viene negata la possibilità di recuperare assistendo a lezioni di qualità. Ma anche quelli bravi. Costretti – conclude Pacifico - a svolgere attività alternative. Invece di fare lezione”.

 

Pur con i discussi ‘scatti’ automatici, che il Ministro Carrozza vorrebbe eliminare, il Mef ha rilevato che nel 2012 il personale della scuola ha percepito neanche 30mila euro: 790 in meno dell’anno precedente. E negli ultimi 5 anni l’incremento è stato di mezzo punto percentuale più basso rispetto al costo della vita. Marcello Pacifico (Anief-Confedir): i numeri parlano chiaro, sottrarre l’unica forma di avanzamento di carriera equivarrebbe a condannare quasi un milione di dipendenti allo svolgimento di una professione in cambio di buste paga non più paragonabili ad una società avanzata e moderna.

Cancellare gli scatti di anzianità al personale della scuola, come vorrebbe fare il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza perché “hanno fatto il loro tempo”, significa impoverire ulteriormente quelli che già oggi sono i dipendenti meno pagati di tutta la Pubblica Amministrazione. Scorrendo l’ultimo ‘Conto annuale’, realizzato dal Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, nel 2012 docenti e Ata della scuola hanno percepito in media 29.548 euro annui: un compenso inferiore anche ai dipendenti dei ministeri, delle regioni e delle autonomie locali. Le professioni ‘in divisa’ percepiscono circa 10mila euro annui in più. Rispetto ai lavoratori in forza alla presidenza del Consiglio del ministri, il gap sale a 20mila euro. E a confronto con chi ha intrapreso la ‘carriera penitenziaria’ diventa di 50mila euro. Per non parlare dei magistrati, che, forti della sentenza n. 223/2012 favorevole alla concessione degli ‘scatti, viaggiano su parametri completamente diversi portando a casa ogni anno oltre 140mila euro.

Come se non bastasse, il personale della scuola è quello che, sempre nel 2012, è stato maggiormente penalizzato dalla variazione stipendiale rispetto all’anno precedente: con un -2,6%, pari a 790 euro sottratti, i contabili dello Stato hanno rilevato il peggior andamento annuo della PA. Anche perché il segno negativo non ha riguardato tutto il comparto pubblico: basta dire che nello stesso arco di tempo, i dipendenti delle regioni a statuto speciale hanno potuto contare su buste paga incrementate del 3,5%. I magistrati hanno chiuso il 2012 addirittura con un +8%.

E anche sul lungo periodo, per il personale della scuola le cose non vanno meglio: nel periodo 2007-2012, pur incrementando la media stipendiale dell’11,4%, questa rimane sempre inferiore al tasso d’inflazione che nello stesso periodo è cresciuto dell’11,9%. Considerando che “il tasso di inflazione medio annuo per il 2012 è stato pari al 3,0%” (dati Istat) e che nello stesso periodo “in termini di potere d'acquisto la caduta è stata di ben 4,9 punti, il picco più alto dall'inizio delle crisi”, non è un’esagerazione dire che gli stipendi dei nostri insegnanti e del personale non docente sono invece destinati ad avvicinarsi sempre più alla soglia di povertà.

La Ragioneria generale dello Stato ha provato a dare una spiegazione a questa vera a propria debacle stipendiale, riconducendola sia “alla contrazione del personale” (con la scuola che ancora una volta la fa da padrone, con 200mila posti tagliati negli ultimi 6 anni), sia “alle manovre di contenimento della spesa pubblica che hanno avuto ad oggetto il pubblico impiego: blocco dei rinnovi contrattuali e blocco di altri fattori di crescita delle retribuzioni individuali, come le progressioni economiche e di carriera”. Che, peraltro, continueranno a permanere per tutto l’anno in corso a seguito della proroga del blocco contrattuale imposta dal D.P.R. n. 122/2013.

“Quel che preoccupa è che gli effetti dei dispositivi normativi che hanno portato a questa situazione – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – hanno comportato per i dipendenti della scuola un danno crescente: ai ‘tiepidi’ incrementi del triennio 2007-2009, è seguito un progressivo peggiorare della situazione stipendiale. Dopo il 2010, contrassegnato da appena un +0,4%, oltre che dall’entrata in vigore del decreto legge 78 che è andato a bloccare pure la vacanza contrattuale, abbiamo assistito a un 2011 caratterizzato da una crescita retributiva individuale praticamente nulla. E un 2012 che ha comportato addirittura un decremento medio retributivo nella PA dell’1% rispetto all’anno precedente, con la scuola più penalizzata di tutti con un preoccupante -2,6%”.

“Ridurre ulteriormente il potere di acquisto di un docente o un Ata della scuola – continua Pacifico – sottraendogli l’unica forma di avanzamento di carriera, lo ‘scatto’ stipendiale, equivarrebbe quindi a condannare un milione di dipendenti allo svolgimento di una professione in cambio di buste paga non più paragonabili ad una società avanzata e moderna. Vale la pena ricordare che già oggi a fine carriera i nostri docenti percepiscono quasi 10mila euro in meno rispetto ai colleghi dell’area Ocde. Ma Anief-Confedir non starà a guardare: ha già da tempo impugnato alla CEDU la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato legittimo il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici. E ha intenzione di combattere con tutte le sue forze – conclude il sindacalista - l’impoverimento progressivo dei dipendenti per i quali opera”.

 

Stipendi e incrementi stipendiali dei dipendenti della PA a confronto:

Stipendi dipendenti della PA
2012
Variazione % rispetto 2007*
Variazione % rispetto 2011*
Scuola
29.548
11,4
-2,6
Vigili del fuoco
31.421
12,1
-2,2
Regioni a statuto speciale
35.446
12,5
3,5
Carriere prefettizie
92.660
17,3
3
Magistratura
141.746
17,9
8

 * Percentuali di aumento delle retribuzioni medie pro-capite di regime relative al personale pubblico per il periodo 2007-2012
Fonte: Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato (dicembre 2013)

Per approfondimenti:

Costo del lavoro pubblico in Italia - analisi dei dati 2007/2012

PA – Blocco degli stipendi, la Consulta affossa 3 milioni di dipendenti pubblici

L'Ocse ci bacchetta: i docenti italiani più poveri e vecchi di tutti

 

Appello Anief-Confedir al ministro del Lavoro: autorevoli studi confermano che i docenti sono sottoposti a diversi stress di tipo professionale, non commetta l’errore fatto con la Legge Fornero che ha considerato usuranti solo professioni riconducibili al comparto privato.

È indispensabile includere anche gli insegnanti nel progetto di legge sulla pensione anticipata, attraverso la formula del “prestito d’onore”, oggi confermato dal ministro del Lavoro, Enrico Giovannini. L’idea di permettere su base volontaria di lasciare il lavoro due-tre anni prima, chiedendo un assegno anticipato di importo minimo (circa 700 euro al mese), da restituire in piccole rate al momento della maturazione effettiva del pensionamento, non può lasciare fuori la categoria professionale che più di tante altre è a rischio ‘burnout’.

Lo studio decennale ‘Getsemani’, dal titolo ‘Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti’, ha fatto emergere che la categoria degli insegnanti è quella che di più conduce verso patologie psichiatriche e inabilità al lavoro. Svolgendo una professione altamente ripetitiva e alienante, i docenti sono infatti sottoposti a diversi stress di tipo professionale. Le ultime stime, svolte su scala nazionale, indicano almeno il 3% di docenti (circa 25mila) sofferenti di patologie psichiatriche croniche, a cui va aggiunto un altro 10% (circa 80mila) che mostra segni palesi di stanchezza e spesso di depressione.

Il medico ematologo Vittorio Lodolo D'Oria, autore di diversi studi sul ‘burnout’, ha accertato che gli insegnanti stressati a causa del lavoro logorante sono il 73%. Gli individui che causano loro maggior stress sul lavoro sono nell'ordine: gli studenti (26%); i loro genitori (20%); i colleghi (20%); il dirigente scolastico (2%). Il 32% rimanente ritiene usurante la somma di tutte le relazioni. Sempre gli studi del medico esperto in ‘burnout’ hanno accertato che ad essere particolarmente esposte sono le docenti, che nella scuola rappresentano complessivamente oltre l'80% del corpo insegnante: sono fisiologicamente più soggette al "logorio professionale, in particolare dopo la menopausa". I dati sono stati confermati dallo stesso Lodolo D’Oria solo alcuni giorni fa attraverso un’intervista alla stampa specializzata nelle quale il medico si sofferma sulle “gravi patologie psichiatriche o di forme tumorali conseguenti all’immunodepressione da stress cronico” dell’insegnante medio.

Di questa situazione è ben cosciente anche il Ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, la quale di recente ha dichiarato che “il mestiere dell'insegnante è usurante, ma ora abbiamo leggi che dobbiamo rispettare. Certo, è necessario rimediare ai guasti che abbiamo fatto come quelli, i cosiddetti 'quota 96', che non sono riusciti ad andare in pensione”, ha tenuto a dire sempre il Ministro. Includere i docenti nella formula del “prestito d’onore Letta-Giovannini non farebbe altro, quindi, che rispondere a questa precisa esigenza.

“Considerare finalmente quella dell’insegnamento tra le categorie meritevoli di una deroga all’attuale legge pensionistica – dichiara Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – rappresenterebbe il giusto riconoscimento ad una categoria professionale particolarmente esposta alle sindromi psichiatriche e derivanti da stress lavorativo. Non si deve assolutamente commettere l’errore fatto con la Legge Fornero, che ha considerato usuranti solo professioni riconducibili al comparto privato. Inoltre, la loro inclusione nel progetto di legge del ministro Giovannini – conclude Pacifico - permetterebbe di svecchiare il corpo docente italiano, che si contraddistingue per la presenza di oltre il doppio di over 50 rispetto alla media dei paesi europei ed appena lo 0,1% di insegnanti under 30”.

Per approfondimenti:

Docenti sempre più vecchi, demotivati e a rischio patologie: serve ‘finestra’ per lasciare prima

Con il 2014 altro giro di vite sulle pensioni: gli insegnanti italiani i più vecchi al mondo

 

Anief-Confedir chiede un emendamento al decreto Milleproroghe, in questi giorni all’esame del Parlamento. Marcello Pacifico: tutti i più autorevoli studi epidemiologici e sugli insegnanti concordano che lavorare con gli studenti è iperlogorante. E ad alto rischio burnout. Non si può mandare un docente in pensione in tarda età, soprattutto cambiando le regole in corsa: lasciare con 35 anni di contributi renderebbe giustizia alla categoria.

Aprire una ‘finestra’, attraverso un emendamento al decreto Milleproroghe n. 151, in questi giorni all’esame del Parlamento, che permetta finalmente al personale agli insegnanti di andare in pensione con i requisiti previsti dalla 247/2007, in vigore sino all’entrata in vigore della riforma Fornero. A chiederlo è il sindacato Anief, dopo aver preso atto del crescente rischio di insorgenza di patologie psichiatriche e tumorali tra il personale docente, ma anche amministrativo, che opera nelle nostre scuole.

Recentemente anche il Ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha dichiarato che “il mestiere dell'insegnante è usurante, ma ora abbiamo leggi che dobbiamo rispettare. Certo, è necessario rimediare ai guasti che abbiamo fatto come quelli, i cosiddetti 'quota 96', che non sono riusciti ad andare in pensione”, ha sottolineato il Ministro. Il problema è che sono passati più di due anni dall’entrata in vigore della riforma pensionistica, approvata dal Governo Monti, ma in tutto questo tempo non si è riusciti ad approvare una norma che tenga conto delle particolari condizioni della categoria professionale che più di tutte, almeno nella pubblica amministrazione, è particolarmente esposta al burnout, alle patologie psichiatriche e neoplastiche.

In tutto questo tempo, Governo e Parlamento non sono stati in grado di dare una risposta nemmeno agli oltre 3mila docenti e Ata che avevano iniziato l’anno scolastico 2011/12 convinti di andare in pensione. Ma poi sono rimasti “bloccati” sempre dagli estensori della riforma Fornero, che gli hanno incredibilmente negato la validità dell’intero anno scolastico per raggiungere la fatidica ‘Quota 96’.

La ‘finestra’ auspicata da Anief-Confedir permetterebbe ai tanti lavoratori, come loro e con almeno 35 anni di contributi, di superare la posizione di limbo cui sono stati collocati anche dalla Corte Costituzionale. La quale, a fine 2013 sulla questione ha deciso di non decidere: la Consulta ha infatti dichiarato inammissibile l’ordinanza del giudice del lavoro di Siena che aveva sollevato la legittimità costituzionale sulla richiesta di un’insegnante di andare in pensione attraverso i “vecchi” requisiti della legge Damiano. Senza dimenticare che, nel frattempo, lo Stato continua a concedere la possibilità di lasciare con i vecchi requisiti a tutti i dipendenti della scuola soprannumerari (Circolare n. 3/2013 della Funzione Pubblica) poiché rimasti senza cattedra o posto.

Ma, soprattutto, Anief reputa discriminante mandare in pensione un insegnante alle soglie dei 70 anni. Quando l’Inps, con la comunicazione n. 545, ha ricordato che seppur adeguando i requisiti agli incrementi della speranza di vita per l’accesso alla pensione di anzianità, il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico continua a fruire di “tetti” di vecchio stampo: per questi lavoratori, infatti, i requisiti per l’accesso al pensionamento “a decorrere dal 1° gennaio 2013 e fino al 31 dicembre 2015 l’accesso al pensionamento anticipato prevede il raggiungimento di un’anzianità contributiva non inferiore a 35 anni e con un’età di almeno 57 e anni e 3 mesi”.

Tanto è vero che primi sei mesi del 2013 i corpi di polizia hanno lasciato il servizio in media a 54,8 anni. Ed i militari a 57 anni. Nel contempo, il progressivo progetto di allineamento di tali figure professionali ai nuovi requisiti pensionistici è naufragato per volontà delle commissioni parlamentari. Così militari e poliziotti continueranno ad andare in pensione prestissimo, anche con anche 15 anni di anticipo rispetto ai colleghi di altri comparti pubblici. Senza dimenticare che aprire una ‘finestra’ per l’accesso al pensionamento dopo 35 anni di contributi permetterebbe di svecchiare il nostro corpo docente: i dati ufficiali indicano che appena lo 0,1% ha meno di 30 anni e il 60% ha più di 50 anni, contro una media Ocse del 36%.

“Con l’innalzamento ulteriore dei requisiti minimi per lasciare il lavoro, previsto dalla riforma Fornero, andrà sempre peggio”, dice Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir. “Ci ritroveremo – continua - con decine e decine di migliaia di docenti e Ata ultrasessantenni sfiniti, però costretti ad operare con giovani ‘nativi digitali’. Obbligati, ogni oltre logica, a formare giovani con cui spesso non riescono più a rapportarsi con efficacia. Del resto, tutti i più autorevoli studi epidemiologici e sugli insegnanti convergono su un punto: lavorare con gli studenti è iper logorante. E ad alto rischio burnout. Non si può mandare un docente in pensione in tarda età, soprattutto cambiando le regole in corsa. Per questo – conclude Pacifico – introdurre una ‘finestra’ renderebbe giustizia alla categoria. E salverebbe l'amministrazione da un enorme sicuro contenzioso, dove la trascinerà il nostro sindacato”.

Di questo rischio, evidentemente, sono coscienti anche i vertici del Governo. Tanto è vero che è idea del il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, avallata dal premier Enrico Letta, di istituire “una sorta di prestito pensionistico, consentendo ad alcune categorie di persone di mettersi a riposo 2 o 3 anni prima rispetto a quanto prevede la legge Fornero. Con questo sistema, l'ex-lavoratore non riceverebbe un vero e proprio assegno previdenziale ma una sorta di anticipo da parte dell'Inps sulla pensione futura, per un importo che arriva al 75-80% della rendita”. L’ennesima dimostrazione dei limiti insiti nell'art. 24 del Decreto Legge 201/2011 voluto dal ministro del Lavoro del Governo Monti.

Per approfondimenti:

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A rimarcarlo è ‘Eurydice’, attraverso un dossier sugli investimenti nell'istruzione nei paesi del vecchio Continente: tagli soprattutto su numero di insegnanti, investimenti in infrastrutture e verso ICT. Pacifico (Anief-Confedir): il nostro è l’unico Paese dell’Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria, contro un aumento medio del 62%. I nostri governanti ancora non hanno capito che più si taglia e più la dispersione e l’insuccesso scolastico aumentano.

Nell’ultimo anno in Europa si è riscontrato aumento generalizzato di investimenti a favore dell’istruzione di oltre l'1%. L’Italia, invece, continua a segnare il passo, con una riduzione dell’1,2% rispetto al 2012. Il dato è stato pubblicato dall’agenzia ‘Eurydice’ attraverso un dossier sugli investimenti nell'istruzione da parte dei paesi europei. Dalle notizie contenute nel documento, raccolte dalla stampa specializzata, emerge che “una diminuzione può essere registrata in paesi come Irlanda, Croazia, Cipro (-15,8%), Malta, Regno Unito - Inghilterra, Italia (-1,2%), Finlandia”. Inoltre, “in generale, i tagli hanno riguardato soprattutto il numero di insegnanti e gli investimenti in infrastrutture e ICT (attrezzature e software )”.

Anief-Confedir ricorda che questi risultati nazionali trovano origine anche in alcune manovre introdotte negli ultimi anni in regime di spending review. Come il blocco del turn-over, la precarizzazione del rapporto di lavoro ed il rinnovato sistema di finanziamenti delle università. In questo modo, se già nel 2000 l’Italia spendeva -2,8% della sua spesa pubblica rispetto alla media OCSE (Italia 9,8% - Ocse 12,6%), dieci anni dopo si ritrova in controtendenza sempre all’ultimo posto persino tra i Paesi G20 (32° posto) con un -4,1% (Italia 8,9% - Ocse 13,0%).

Il saldo è negativo pure rispetto al P.I.L.: - 0,9% nel 2000 (Italia 4,5% - Ocse 5,4%) e -1,6% nel 2010 (Italia 4,7% - Ocse 6,3%), dove siamo collocati al terzultimo posto (31°). Complessivamente, in dieci anni la spesa pubblica italiana dedicata all’istruzione già di per sé l’80% di quella destinata dagli altri Paesi Ocse è scesa del 10% in controtendenza all’aumento, seppur modesto, del 3% registrato sempre negli altri Paesi. Così da abbassarsi al 67% rispetto a livelli intermedi.

“Per raggiungere questi risultati – ricorda Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir - lo Stato italiano ha pensato bene di andare ad intaccare risorse e organici della scuola. In particolare negli ultimi sei anni sono stati cancellati 200mila posti, sottratti 8 miliardi di euro e dissolti 4mila istituti a seguito del cosiddetto dimensionamento (poi ritenuto illegittimo dalla Consulta). Ora, siccome è scientificamente provato che i finanziamenti sono correlati al successo formativo, questi dati non sorprendono: più si taglia e più la dispersione e l’insuccesso scolastico aumentano”.

A tal proposito, non bisogna dimenticare che l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria, contro un aumento medio del 62%. Nell’ultimo anno sono persino aumentate, dal 25% al 100%, le tasse richieste dalle Università agli studenti fuori corso. E soltanto il 15% degli italiani tra i 25-64 anni ha riscontrato un livello di istruzione universitario rispetto a una media OCSE del 32%, mentre la percentuale di studenti quindicenni che spera di conseguire la laurea è scesa dal 51,1% del 2003 al 40,9% del 2009. Con il numero degli insegnanti italiani di età media over 50 che rappresentano ormai il 57% del personale.

E a dare la ‘mazzata’ finale al sistema scolastico è stata la riforma di tutti i cicli introdotta durante l’ultimo Governo Berlusconi, con il ministro Gelmini a capo del Ministero di viale Trastevere: basta dire che ha introdotto la riduzione di un sesto l’orario scolastico. Tanto è vero che oggi l’Italia detiene il “primato” di far svolgere ai suoi alunni della primaria 4.455 ore studio, rispetto alle 4.717 dell’Ocse. E 2.970 in quella superiore di primo grado rispetto alle 3.034 sempre dell’Ocse. Un’operazione che ha spazzato via, come ragionieristicamente calcolato dal Mef, diverse decine di migliaia di insegnanti.

Ma il calo di interesse si è manifestato anche all’Università. Cui ormai si iscrive appena il 30% dei neo diplomati. Anche in questo caso, stavolta a seguito della Legge 240/2010, abbiamo assistito alla progressiva riduzione del personale docente e dei corsi di laurea. Con i ricercatori che si sono sempre più eclissati. Risultato: il numero di giovani iscritti all’università che oggi raggiunge la laurea è infatti il più basso di tutti. Tanto che l’Italia si posiziona, in alcune fasce d’età, oltre 15 punti percentuali sotto la media europea.

“Al di là dei proclami – continua Pacifico - , anziché investire seriamente nella formazione, in professionalità, in tempo scuola, in competenze, ad iniziare da quelle nell’Ict, senza dimenticare l’apprendistato, da rilanciare assieme ad artigianato, turismo e nuove tecnologie, in Italia si è continuato a considerare l’istruzione un settore quasi marginale. Portando così le scuole allo stremo, tanto che alcuni dirigenti sono arrivati a chiedere ad ogni famiglia fino a 300 euro l’anno di contributi. Mentre spendere per formare capitale umano significa credere nella capacità civilizzatrice e lavorativa dell’uomo e gettare le basi per la costruzione di una società equa e solidale. Oltre che – conclude il sindacalista Anief-Confedir - per il rilancio dell’economia”.

Per approfondimenti:

La revisione della spesa nell’istruzione e nell’università

Abbandoni scolastici: Italia peggio di tutti nell’Ue a 27

Nel 2013 Italia decurta investimenti sull'istruzione dell'1,2%