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Anief-Confedir: col potere d’acquisto delle famiglie fermo a due decenni anni fa, alla Camera si sta approvando una legge di stabilità che terrà ferme le buste paga di 3,5 milioni di dipendenti pubblici per il quarto anno consecutivo. Quelli della scuola per il quinto. E l’intenzione è stroncare pure le carriere.

Il potere di acquisto degli stipendi si è così assottigliato che gli italiani stanno vivendo “una nuova sobrietà”: gli italiani evitano ''sprechi ed eccessi'', tirano sempre più la cinghia al punto che ''nel 2013 le spese delle famiglie sono tornate indietro di oltre dieci anni'': la fotografia realizzata dal Censis è davvero impietosa. Tanto è vero che nel Rapporto annuale si parla di ''un quadro preoccupante” e della necessità di agire subito in termini di radicale abbassamento della pressione fiscale, di incentivi ai consumi prontamente utilizzabili e di politiche del lavoro.

Quanto auspicato dal Censis, tuttavia, non troverà compimento. Basta andare a vedere il “capolavoro” finanziario che sta approvando il Parlamento italiano fermando gli stipendi dei pubblici dipendenti, attraverso la legge di stabilità, per il quarto anno consecutivo. Per quelli della scuola addirittura per il quinto anno. Ignorando le tante perplessità espresse nelle scorse settimane dalla VII Commissione Istruzione del Senato (“300 milioni di euro si spostano dalle retribuzioni del personale, già molto basse, verso il contenimento della spesa pubblica”), a Palazzo Madama non si è tenuto conto che tra i paesi moderni europei i nostri docenti hanno lo stipendio più basso dopo la Grecia, con quasi 8mila euro in meno a fine carriera rispetto alla media delle buste paga del vecchio continente: è tutto dire che oggi in media un insegnante guadagni in media 1.300 euro. E un non docente poco più di mille euro.

La pochezza delle buste paga dei dipendenti pubblici era stata ravvisata alcuni mesi fa anche dall’Istat. Che lamentava la crescita davvero modesta su base annuale degli stipendi. Ciò ha comportato, tenendo conto dell'inflazione, nel 2012, la riduzione di quasi il 5% della già modesta capacità economica delle famiglie consumatrici (un calo annuale che non si toccava dal 1995). Facendo tornare il potere di acquisto dei dipendenti pubblici, con in testa quelli della scuola, a quello di 20 anni fa. Ora, in queste condizioni come si fa a rilanciare i consumi e, di conseguenza, l’attività produttiva?

Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, ricorda che “la parabola discendente ha preso inizio con il blocco dei contratti introdotti con la legge 122/2010. Il caso della scuola è emblematico, con gli scatti automatici, che l’amministrazione vorrebbe far scomparire, recuperati solo attraverso una quota tantum. Tutto questo, peraltro, accade malgrado si tratti di scelte che contrastano palesemente diversi articoli della Costituzione: l’1, il 36, il 39 e il 41. E non a caso la questione è stata già censurata dalla Consulta, attraverso la sentenza 223 dell’ottobre scorso che ha di fatto ‘cassato’ il blocco degli scatti stipendiali dei magistrati. Così, dopo aver privatizzato il rapporto di lavoro del pubblico impiego, si compie un altro passo verso la perdita dei diritti dei suoi lavoratori”.

“L’amara realtà è che sempre più il Governo italiano veste contemporaneamente i panni del datore di lavoro e del legislatore. Così già oggi a fine carriera un docente percepisce quasi 10mila euro in meno. E che la maggior parte del personale della scuola continuerà a percepire uno stipendio sempre più vicino alla soglia di povertà. Con la beffa – conclude Pacifico – che con la riforma Fornero la sua carriera lavorativa non solo avrà sempre più alte possibilità di rimanere ferma. Ma sarà allungata fino a 42 anni di contributi".

 

Dall’incrocio dei Rapporti Censis e Cnel emerge una tendenza crescente tra le nuove generazioni nell’abbandonare l’Italia: penalizzati anche i laureati. Oltre 1 milione e mezzo di giovani sono rassegnati: hanno smesso di cercare lavoro.

Una quota sempre più consistente degli oltre 2 milioni di giovani senza occupazione tenta con successo di trasferirsi all’estero: gli under 35 che nell'ultimo decennio sono stati costretti a recarsi oltralpe in cerca di un impiego sono più che raddoppiati, passando da 50mila a 106mila. Ma è stato soprattutto nel 2012 che l'incremento di coloro che hanno acquisito una residenza straniera ha toccato livelli da record, facendo registrare un +28,8% rispetto all’anno precedente. Oltre la metà sono giovani: il 54,1% ha infatti meno di 35 anni. Si tratta di un andamento legato alla mancanza di alternative, visto che nello stesso periodo si è toccato anche il record di Neet.

I dati, purtroppo ufficiali, emergono incrociando il Rapporto annuale Censis pubblicato in questi giorni, con il Rapporto Cnel sul mercato del lavoro 2012/13 presentato solo qualche settimana fa. Se dal primo studio risulta quasi raddoppiato, arrivando a 2,7 milioni, il numero di italiani, con un’alta percentuale di ragazzi, che “cercano attivamente un lavoro ma non riescono a trovarlo”, dal secondo si evince che i giovani che non studiano e non lavorano sono diventati 2 milioni e 250 mila giovani: in media uno su quattro tra i 15 e i 29 anni, mentre uno su tre di essi si ritrova nel Mezzogiorno contro uno su sei al Nord e uno su cinque al Centro.

È inoltre significativo che circa un quarto di chi è recato all’estero per cercare lavoro (il 26,5%) dichiari che è stata determinante la voglia di lasciare un Paese in cui non si trovava più bene. Quello che appare a loro il difetto più intollerabile dell'Italia è l'assenza di meritocrazia, denunciata dal 54,9%. Tra i motivi della decisione di andarsene c’è poi “la scarsa attenzione per i giovani”, fatto rilevare dal 28,2% del campione consultato dal Censis. Risulta davvero drammatico un ultimo dato: ci sono 1,6 milioni di italiani che, “pur disponibili a lavorare, hanno rinunciato a cercare attivamente un impiego perché convinti di non trovarlo”. E tra costoro vi sono anche tanti laureati.

“Le informazioni che provengono dai Rapporti nazionali – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir - confermano che l’Italia sta diventando un Paese sempre meno adatto per i giovani. Anche il crollo al 20,5% del tasso di occupazione dei 15-24enni, rilevato dall’Ocse, è un dato che parla da solo. Solo Grecia e Turchia, tra i 34 Paesi dell’area, hanno una quota di Neet più elevata. C’è anche il rischio fondato che le proiezioni sulla disoccupazione italiana continuino ad aumentare pure nel 2014. Con le fasce giovanili, per vari motivi indifese, che saranno anche stavolta le prime ad essere colpite”.

Il sindacato ritiene che il Governo debba intervenire con forza per convertire a tempo indeterminato tutti i contratti a termine superiori ai tre anni, nel rispetto della direttiva comunitaria. In Italia si è riusciti nell’impresa di penalizzare anche coloro che hanno investito negli studi. Non ci dobbiamo scandalizzare, poi, se nell’ultimo decennio il numero di immatricolati alle università è sceso da 338mila a 269mila studenti, ovvero del 20,6 per cento in meno rispetto al 2003. Il blocco del turn over e dei salari hanno poi aggravato la già difficile situazione economica internazionale.

“Manca una politica che guardi finalmente alle esigenze dei giovani – continua Pacifico –, ad iniziare dall’approvazione di una vera riforma dell’apprendistato che coinvolga i giovani a partire dai 15 anni. Se ne parla da anni. Ma non si va oltre. Creare un maggiore collegamento con le aziende permetterebbe ai nostri ragazzi, come avviene in Germania, di specializzarsi prima di avventurarsi nella ricerca del lavoro. Serve poi introdurre l’obbligo formativo fino alla maturità. Per non parlare dell’assenza di un vero orientamento tra la scuola superiore e l'università. E nemmeno il comparto privato, stretto tra riduzione del volume di affari, tassazione record e mancati pagamenti da parte dell’amministrazione pubblica, riesce più a garantire – conclude il rappresentante Anief-Confedir - il ricambio generazionale lavorativo fisiologico”.

 

Anief-Confedir: il tasso di abbandono scolastico rimane altissimo ed è alla base del boom di disoccupati. Non è più possibile portare avanti la politica dello “struzzo”: occorre da subito migliorare i progetti a supporto della didattica e aprire le scuole anche di pomeriggio, aumentando il numero di docenti e Ata nelle aree meridionali più arretrate.

È ancora emergenza Sud. Anche per quanto riguarda l’istruzione. A ribadirlo è stato oggi il Censis, attraverso un rapporto annuale che conferma i timori per il futuro dei giovani che risiedono in determinate aree del paese: se nel 2012 in tutta Italia i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno conseguito al massimo la licenza media sono stati pari al 17,6%, nelle regioni meridionali la percentuale è stata del 21,1%. Con Sicilia e Sardegna che hanno raggiunto livelli record, visto che gli under 24 che non hanno conseguito nemmeno una qualifica professionale sono addirittura il 25%. Quindi al Sud un giovane su quattro è fuori prematuramente dal percorso formativo.

Il sindacato reputa questi dati davvero preoccupanti. Sempre dal rapporto odierno del Censis, risulta infatti che l'incidenza tra i giovani del titolo di studio appare particolarmente alta: i Neet, i ragazzi che non studiano né lavorano, che hanno al massimo la licenza media sono infatti il 43,7%. Confermando, visto che esiste un legame diretto tra il basso titolo di studio e la disoccupazione, che per combattere il fenomeno dei Neet occorre investire con urgenza nel meridione.

“È indispensabile agire già in vista del prossimo anno scolastico – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – rafforzando i progetti a supporto della didattica e le attività pomeridiane extracurricolari delle scuole del Sud Italia. In particolare in quelle aree territoriali dove il tessuto sociale e industriale è più arretrato. Dove, infatti, quasi sempre gli istituti non sono aperti al territorio e chiudono le attività a metà giornata. Con i risultati, a livello di studio e di lavoro giovanile, che oggi il Censis ci ha illustrato”.

“Ma per attuare progetti e tempo prolungato, oltre che per migliorare l’orientamento scolastico, - continua Pacifico - occorre che il Miur decida finalmente di introdurre degli organici diversificati, destinando maggiori forze nelle aree difficili e più a rischio di abbandono scolastico: al Sud occorrono più docenti e più personale Ata. Inoltre, proprio alla luce di questi dati diventa ancora più paradossale la volontà dell’amministrazione di tagliare di un altro 10% gli istituti scolastici. Soprattutto al Sud. Dove i dirigenti sono chiamati dagli Uffici scolastici regionali a gestire anche 4 o 5 scuole autonome contemporaneamente, spesso – conclude il rappresentante Anief-Confedir - distanti decine di chilometri l’una dall’altra”.

Oltre all’azione scolastica, per combattere il fenomeno dei Neet tra i 15 e i 29 anni è anche necessario che il Governo intervenga subito sulla conversione di tutti i contratti a termine superiori ai tre anni nel rispetto della direttiva comunitaria. Che sblocchi gli aumenti di stipendio, attui una riforma dell'apprendistato che immetta nel mondo del lavoro i ragazzi a 15 anni con l'alternanza allo studio obbligatorio fino a 19 anni o al termine della secondaria, distingua la contrattazione in base alle aree del Paese, riporti l'istruzione al centro del Paese potenziando l'orientamento tra la scuola superiore, l'università e il tutoraggio. Servono provvedimenti, infine, che ringiovaniscano la forza lavoro, anche introducendo la retribuzione differita.

 

Marcello Pacifico (Anief-Confedir): tempo pieno quasi assente, tagli di risorse, mancanza di orientamento e di lotta alla dispersione stanno condannando il meridione all’eutanasia. Già oggi i neet sono il doppio rispetto al Nord. Per cambiare il trend servono anche l’obbligo formativo fino a 18 anni e una seria riforma dell’apprendistato.

I dati Ocse-Pisa 2012 sulle competenze degli studenti 15enni, presentati oggi al Miur, confermano il gap formativo cui sono destinati gli iscritti a una scuola del nord rispetto ai coetanei che frequentano un istituto del sud: mentre gli studenti di Trento, Friuli Venezia Giulia e Veneto sono tra i più bravi al mondo in matematica (tra le prime 14 aree territoriali a livello mondiale, praticamente ai livelli di Svizzera, Olanda e Finlandia), i 15enni siciliani occupano un posto basso molto più basso nelle ''performance con i numeri'', collocandosi tra Turchia e Romania (quasi al centesimo posto). Pure nei campi delle scienze e della lettura le eccellenze nazionali sono concentrate al nord est, con le prestazioni più scarse che si registrano anche stavolta al sud. Nella lettura, in particolare, la Sicilia occupa una posizione davvero bassa, collocandosi addirittura dopo la Repubblica Slovacca.

L’Ocse si è anche soffermata sulla diretta proporzionalità tra rendimento scolastico e frequenza assidua delle lezioni: nel nostro paese, la percentuale di chi non è mai arrivato tardi a scuola è molto più elevata in Veneto, Trento, Bolzano, Emilia, Friuli (con punte del 75%) rispetto, ad esempio, al Lazio (59%) e alla Calabria (54%). Per quanto riguarda l'assiduità delle presenze, i “sempre presenti” vanno da un minimo del 37,7% della Campania a un record di quasi l'80% di Bolzano.

“I dati Ocse-Pisa sul divario Nord-Sud ci amareggiano – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – ma purtroppo non ci sorprendono: questi numeri non fanno altro che certificare il gap di investimenti che lo Stato ha riservato alle regioni, abbandonando di fatto quelle meridionali. Per tutti vale quanto è accaduto in Sicilia nel 2012, dove la mancanza di risorse e di mense scolastiche ha fatto sì che il tempo pieno nella scuola primaria è stato attivato solo per il 3 per cento degli alunni. Mentre il tempo pieno in Lombardia è presente nel 90 per cento delle scuole primarie”.

Ed è evidente che tenere gli alunni a scuola anche nel pomeriggio significa garantire loro una maggior offerta formativa. Mentre al termine dei cinque anni di scuola primaria i bambini della Sicilia studieranno 430 giorni in meno, che corrispondono a oltre 2 anni scolastici. A questi dati va aggiunta la scarsità di investimenti per combattere la dispersione scolastica e migliorare l’orientamento. Al sud non c’è solo un problema demografico e migratorio, ma anche un alto tasso di abbandono scolastico in età di obbligo formativo. Con il risultato che negli ultimi cinque anni tra il sud e le isole si sono persi 150mila alunni - con Molise, Basilicata e Calabria che accusano riduzioni tra il 7% ed il 9% - mentre al nord c’è stato un incremento di 200mila iscritti (incremento maggiore del 5%).

Così, mentre l’Ue ci chiede di raggiungere, nel 2020, un tasso medio nazionale di abbandono del 10%, con alcune aree del centro-nord già vicine a questa soglia, ancora una volta il sud va per conto suo: in Sicilia la quota dei ragazzi che lasciano gli studi in età di obbligo formativo supera in certe aree ancora il 25%. “È evidente – commenta ancora Pacifico – che se non si inverte questa tendenza con un serio piano di sviluppo economico, di implementazione di idee e risorse, il meridione è condannato all’eutanasia. Con il Nord che guarda sempre più da vicino l’Europa, mentre il Sud non riesce nemmeno a garantire il diritto allo studio”.

A dare la “mazzata” finale alle regioni del sud, che hanno meno risorse, ci hanno poi pensato le riforme scolastiche degli ultimi anni. Con l’orario curricolare ridotto di un sesto: oggi l’Italia detiene il triste primato di 4.455 ore studio nell’istruzione primaria, rispetto alle 4.717 dell’area Ocse; in quella superiore di primo grado siamo scesi a 2.970, rispetto alle 3.034 sempre dell’Ocse. Preoccupa, inoltre, il crollo al 20,5% del tasso di occupazione dei 15-24enni. Per non parlare della quota di giovani che non sono né nel mondo del lavoro, né in educazione né in formazione (Neet), la cui percentuale è cresciuta in cinque anni, tra gli under 25, di oltre 5 punti, arrivando a fine 2012 al 21,4%. E non vale nemmeno la teoria che tutti sono in queste condizioni: solo Grecia e Turchia, tra i 34 Paesi dell'organizzazione, hanno infatti una quota di Neet più elevata.

E pure su questo fronte, dei giovani che non studiano né lavorano, il sud è stato penalizzato: se nel Mezzogiorno sfiorano il 32%, mentre nelle regioni Settentrionali sono meno della metà. “Siamo riusciti nell’impresa di abbattere i fondi destinati a combattere l’abbandono scolastico – commenta ancora Pacifico –. Con le regioni più avanti che hanno tamponato. E quelle più arretrate che stanno sprofondando. Mentre il decollo dell’apprendistato e l’obbligo formativo fino a 18 anni, le carte vincenti per sovvertire il trend, sono rimasti solo dei progetti sulla carta”.

 

Anief si appella alla sensibilità delle istituzioni: negli ultimi sei anni la scuola ha già dato il suo contributo allo Stato, sotto forma di forti tagli di risorse, plessi e organici (che il sindacato riassume in questo documento). Ora basta: le mere esigenze di cassa non possono mettere in ginocchio la funzione della nostra scuola pubblica.

Ci aspettano giorni cruciali per il futuro di oltre 800 istituti scolastici. Dopo le notizie trapelate nei giorni scorsi sulla volontà del Ministero dell'Economia di tagliare, in regime di nuova spending review, il 10% delle attuali 8mila scuole, dalla stampa nazionale giunge la notizia che le scelte del Miur verranno rese pubbliche il prossimo 15 dicembre.

Anief rammenta all'amministrazione che tagliare il 10% di istituti scolastici comporterebbe sicuri disservizi all'utenza: negli ultimi sei anni è stata già cancellata una scuola su tre, infatti da 12mila sono passate alle attuali 8mila. Con conseguente riduzione dell’organico di dirigenti e Dsga di 4mila unità per profilo. Con il risultato finale che oggi un preside gestisce la propria scuola, più, in media, altri 4 istituti. Senza peraltro avere più la possibilità di retribuire le reggenze affidate ai vicari (L. 135/12).

Anief, inoltre, ricorda alle istituzioni responsabili dell'Istruzione pubblica che in Italia sono vigenti delle leggi sulla formazione degli istituti scolastici, a partire dai criteri previsti dal D.P.R. 233 del 18 giugno 1998, che non possono essere eluse per meri motivi di cassa. Anche i giudici lo hanno fatto osservare: non è un caso se la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 147 del 7 giugno 2012, ha bocciato la chiusura o l'accorpamento degli istituti con meno di mille alunni.

Pertanto, il sindacato non può esimersi dal ricordare a questo Governo che se vuole veramente tracciare un solco rispetto a quelli che lo hanno preceduto deve porsi in controtendenza rispetto a questi dati impietosi. Ai quali ne vanno aggiunti altri, di rilievo altrettanto negativo.

Negli ultimi sei anni sono stati circa 200mila i posti, tra docenti e personale Ata, che sono stati cancellati per effetto dei piani di razionalizzazione (L. 244/2007, L. 133/2008, L. 111/11, L. 135/12). A proposito del personale non docente, l'Anief ha di recente calcolato che solo nell'ultimo triennio sono stati cancellati 44.500 Ata. Cui vanno aggiunti 2.395 direttori dei servizi generali e amministrativi. In tutto 47mila posti in meno, che corrispondono ad un quinto del totale dei non docenti.

Inoltre, un sesto dell’organico di diritto a fronte di 75.000 posti ridotti nei restanti due terzi dei comparti pubblici, ha portato il comparto istruzione a collezionare il 75% dei tagli adottati dalla spending review rispetto alla P.A. Ma non finisce qui: è stato anche stato ridotto di un sesto l’orario della didattica, il cosiddetto piano di offerta formativa curricolare. Col risultato che oggi l’Italia ha anche il triste primato di avere 4.455 ore studio nell’istruzione primaria rispetto alle 4.717 dell’Ocse e 2.970 in quella superiore di primo grado rispetto alle 3.034 sempre dell’Ocse con un tasso di Neet tra i 15 e i 29 anni del 23,2% mentre la media Ocse è ben diversa: il 15,8%.